— Anche all'albergo, starà sempre con me. Dormirà con me. Gli darò io da mangiare, lo condurrò io a passeggiare. Lei non ci pensi neppure!
Trattandosi di intercedere per Matteo, per l'amico fedele che sa dire, come lui, tante cose senza parlare, il vecchio Prospero diventa persino loquace.
Ma l'onorevole è insofferente di contraddizioni. Non vuol saperne di cani in viaggio, all'albergo: e siccome l'altro insiste, egli perde la pazienza, si arrabbia, alza la voce, e Prospero, subito, allunga il broncio.
— Allora, mi dirà lei, dove e a chi lo dovrò lasciare! Lo avverto, però, che in un'altra casa non ci sta, certo, nemmeno dipinto!... E poi, quando non vedrà più nè me, nè lei, creperà, magari, anche di fame!
Dopo questo aut aut, e quasi affermando la gravità del problema, Teo torna a fissare il padrone, tenendo la coda bassa e dimenandola lentamente, come aspettando che venga decisa la sua sorte.
— Si potrebbe lasciarlo alla portinaia!
Prospero non si degna nemmeno di rispondere, di voltarsi. Continua a chiudere bauli e valigie.
— Oh Dio! — pensa Parvis, sbuffando. — Ci siamo! — Infatti, quando Prospero si imbroncia ce n'è per un bel pezzo... — Perchè poi, domando io, non si potrebbe lasciarlo alla portinaia?
— Perchè dalla portinaia non ci sta.
Teo dimena la coda più forte. Dice anche lui che dalla portinaia non ci sta. Egli aveva una precisa antipatia contro quella donna per certe vivissime impressioni ricevute sotto l'atrio e lungo le scale, durante la sua prima gioventù.