Gerardo non vuol troppo inquietarsi; s'è inquietato abbastanza a Roma, per cose più serie, e finisce col sorridere a Teo e coll'accarezzarlo, per rappacificarsi col servitore. Riflette, intanto, quale possa essere la maggiore delle sue seccature: viaggiare col cane, oppure col broncio di Prospero che è capacissimo di farglielo godere per tutto il tempo della villeggiatura...

— Starò lassù un paio di settimane, per riposare, camminare, prendere il fresco e per scrivere un paio di articoli sulle condizioni politiche dell'Italia al Daily Express... Poi, basta Abetone! Tornerò a Roma per una settimana. A Roma ci posso andare senza Prospero e Prospero, invece, potrà tornare a Milano con Matteo!

Il muso di Prospero ha dunque ottenuto l'effetto voluto. Gerardo Parvis è ormai disposto a cedere. Adesso, cerca soltanto di salvare l'onore delle armi e quindi continua a guardare e ad accarezzare il cane, mentre domanda al servitore:

— E se poi disturbasse i forestieri?

Prospero, sempre zitto. Ha finito di chiudere i bauli e tutte le valigie e comincia ad arrotolare il plaid.

— Se poi, qualche notte, si mettesse ad abbaiare?

Silenzio perfetto.

— Basta! Sarà quel che sarà! Condurremo anche Teo in montagna! Ma ricordati, Prospero, ci penserai tu!

— Sissignore!

La faccia del vecchio ha un lampo di sorriso, e Teo, dalla gioia, comincia a squittire frenetico, a correre di nuovo in giro per la stanza, a tirare, a mordere la giacca e i pantaloni del padrone; poi afferra colla bocca una babbuccia di pelle e se la porta via scappando sotto le seggiole e il canapè, inseguito dalle grida e dalle minacce di Prospero.