L'onorevole Parvis ha fatto conto di fermarsi a Pracchia e di salire all'Abetone in carrozza, la mattina presto, col fresco, e così prende l'ultimo diretto, quello della notte per Firenze.

Come tutti gli uomini politici e gli uomini d'affari che viaggiano molto e non hanno tempo da perdere, l'onorevole Parvis legge, scrive, lavora anche in treno, nel suo scompartimento. Un ministro, anche dimissionario, trova facilmente il modo di rimaner solo.

Appena il treno è in moto, egli apre la sua valigetta particolare, leva la cartella, il calamaio, poi un fascio di lettere e di carte. Ne sfoglia, ne esamina alcune attentamente, poi le mette da parte e comincia a scrivere. Sente di dover inviare una lettera al suo sotto-segretario, l'onorevole Donadei. Bisogna persuaderlo che non è il caso ch'egli pure dia le dimissioni, e ciò non soltanto per atto di cortesia, abituale in simili casi, ma altresì perchè al Parvis, preme realmente che il suo collaboratore rimanga qualche tempo ancora sulla breccia a sostenere l'urto delle opposizioni postume ed anche delle postume invettive.

La lettera non è facile a scrivere, neppure per un diplomatico fine e consumato come Gerardo Parvis. Ma il rullio del treno, che non gli permette di scrivere in fretta, gli lascia il tempo necessario di meditare sulle frasi. E non c'è male: certe lettere, quando meno ci si pensa, si vedono poi comparire, al solito momento più inopportuno, su questo e su quel giornale.

Le lettere degli uomini politici, come quelle delle donne che hanno più di un innamorato, non sono mai prudenti abbastanza...

«Onorevole amico,

«Se ho avuto qualche perplessità nel risolvermi ad abbandonare le cure e le responsabilità del Governo e se ora ne provo qualche rimpianto, è soltanto pel rammarico di separarmi da lei, di interrompere un'opera con tanta fiducia iniziata insieme e, mercè la sua intelligente e provvida collaborazione, proseguita in mezzo a contrarie fortune, non senza onore ed utilità.

«Ma questo rimpianto si farebbe in me assai più grave e doloroso, e mi indurrebbe quasi a temere di aver recato danno colla mia risoluzione agli interessi del Paese e delle Istituzioni, ove dovessi apprendere, che per eccessiva delicatezza nell'intendere l'obbligo morale di un'antica e fida solidarietà ella intendesse di ritirarsi a sua volta.

«Il Ministero del quale oggidì Ella regge interinalmente e così degnamente le sorti, è d'indole affatto amministrativa, ed in un paese ove le forme rappresentative fossero più progredite, dovrebbe al pari dei dicasteri dell'Agricoltura, del Commercio, dei Lavori Pubblici e così via — essere sottratto alle vicende troppo di frequente mutabili della politica parlamentare. A questo carattere imperfetto del nostro ordinamento, procuriamo di riparare, anche a costo di personali sacrifici, noi tutti, uomini d'ordine, zelanti del bene pubblico; ed Ella, ne offra l'esempio col rimanere...»

A questo punto, il treno rallenta, poi si ferma nella stazione di Lodi.