Gli era venuto in mente, sul principio, di avviarsi agli impieghi, oppure di dedicarsi agli studi, ma codeste fisime durarono poco.

—Per avanzar negli impieghi—pensava Pompeo—bisogna trovare validi aiuti, e per gli studi non ci ho gamba. E poi, anche a farla grassa, come impiegato resterei sempre pitocco, e colle professioni d'avvocato, o di legale, che sono le più lucrose, ci vuol troppo tempo e si risica di crepare prima di arrivare in porto.... Certo, tutto ben ponderato, il miglior partito sarebbe quello di mettermi negli affari, ma in questo caso mi ci vorrebbe una buona scorta di quattrini per non capitar nelle mani degli usurai, come l'orefice del Gobbo d'oro. Ah! se potessi riuscire a mettere insieme un capitaletto! Potrei tentar la sorte di qualche speculazione!...

Fatto questo disegno, ci s'impuntò con tutte le forze. Era l'idea più pratica, e quella che meglio si confaceva all'indole sua. Non avrebbe dovuto far di cappello, nè stare agli ordini d'alcuno. Avrebbe impinguato giorno per giorno il suo borsellino; e poi o dentro o fuori: o sarebbe diventato ricco, o avrebbe preso in santa pace il suo destino.

Da quel momento Pompeo fece risparmio d'ogni superfluo; e quindi, a poco a poco, senza accorgersene, diventò avaro; e di un'avarizia così sordida, da non aver riscontro in nessun altro giovane. Vendeva di nascosto la roba di casa per far quattrini, e usava tutti i modi, tutti gli espedienti, fin anco le garbatezze, per mungere le tasche del babbo e della mamma. Avrebbe dannata l'anima per il becco di un quattrino. Aveva rinunziato alle ambizioncelle di zerbinotto, ai vizi e sino agli svaghi che potevano costargli qualche soldo; e rinunziò pur anco all'amore, che per lui, non gentile d'animo, nè d'aspetto, non era mai stato un dono della fortuna.

Pompeo, colla faccia olivastra, secca, senza barba; col naso schiacciato e storto, e cogli occhietti piccoli e un po' loschi, somigliava più al babbo che alla mamma; ma aveva meno cuore dell'uno e dell'altra. In casa era sempre lunatico e irascibile; fuori, quando gli faceva comodo, sapeva prendere i tratti e le maniere di persona per bene, e quantunque ignorante, tirava dritto a parlar di tutto e a dir male di tutti, compiacendosene con certe sghignazzate sue proprie, che risuonavano come uno schiocco di frusta. Fiacco di tempra, non avrebbe resistito a nessuna fatica nè morale, nè materiale, ed ora lo manteneva saldo ne' rigorosi propositi soltanto la fede ne' suoi sogni fantastici di lusso, di godimenti e di prepotenza.

Tutto il giorno, quando passeggiava solo per le vie di Milano, e la sera, appena entrato a letto, egli continuava a fabbricare e a rifabbricare il suo bel palazzone che avrebbe comperato, facendo un affar d'oro, da qualche nobile spiantato. E già lo addobbava nella sua mente con un fasto principesco; e comandava a bacchetta al servitorame. Poi, quando il ragazzaccio era tentato dagli stimoli dell'amore, anche allora teneva duro, pensando al giorno in cui avrebbe avuto per amante, o per moglie, una gran dama, proprio una Venere dell'Olimpo, simile a una di quelle belle signore che aveva vedute, da fanciullo, capitare alcune volte in giardino in mezzo ai signorini per portar loro dolci e balocchi, per coprirli di baci e di carezze, spandendo attorno dai capelli e da tutta la vaga persona un profumo nuovo, penetrante più del profumo stesso dei fiori.... Sì; voleva avere una di quelle donne pallide, delicate che, mentre prodigavano tante moine a' suoi compagni, non degnavano nemmeno di guardarlo, lui, il figliuolo del cuoco!... Sì, la voleva; ma la voleva per vendicarsi, per trattarla da padrone, per farle scontare lo sprezzo e l'alterigia delle sue compagne!

Passato qualche tempo aveva pensato bene, per certi riflessi, di vincere la sua salvatichezza burbanzosa, e aveva cominciato a fare amicizia con alcuni giovinotti ch'erano fra' suoi casigliani. I Barbetta abitavano proprio nel cuore della città, vicino a Piazza Mercanti, in una di quelle tante stradicciuole strette, abbuiate da altissimi tetti; piene di gente, di fracasso, e di sudiciume, che c'erano allora, appunto fra Piazza Mercanti e la via di Santa Margherita. La sua viuzza, più che altro, pareva un andito tortuoso, girante fra mezzo a portichetti e a cortili di case, aperti al pubblico.

In principio, dalla parte di Santa Margherita, c'era una vôlta bassa, lunga, dove l'oscurità era così fitta, che anche di giorno, per sicurezza, vi mantenevano acceso un lampioncino ad olio. Sotto a quella vôlta, oggi demolita, e che fin d'allora era chiamata dell'Arco Vecchio, si vedeva, solitamente aperta, una porticina, di stile gotico, da cui si entrava in una cortaccia che pareva la gola di un pozzo tanto era angusta e tetra. Vicino a ogni angolo di quel buco, sempre ingombro di casse e di ceste vuote e dove le pareti, annerite, tramandavano un tanfo di mucido, c'era una scaluccia a chiocciola, sudicia e buia, come tutto il resto: di là si saliva al quartiere del cuoco Barbetta.

In quella vecchia casa stava la gente ammonticchiata come le acciughe, ed era tanta da bastare a popolare un piccolo paese. Però, Pompeo, non si spinse a far amicizia con tutti i pigionali dello stabile, ma invece scelse, fra i pari suoi, chi potesse un giorno essergli utile. Erano figliuoli di piccoli merciai che stavano in bottega col babbo, o giovani praticanti di qualche cavalocchio, o commessi di negozio.