—Allora guarda, mammalucca!
Donna Lucrezia sciolse delicatamente il nastrino rosso, movendo le dita e tenendo il mignolo alzato, con una grazia quasi rispettosa. Poi tirò fuori un oggetto pesante involto con molta carta velina; levò la carta, lo posò sul tavolino: era un bellissimo calamaio da scrivania, di bronzo dorato, con un busto di Petrarca nel mezzo.
—Ti piace? È Francesco Petrarca; un gran poeta!
—Oh, com'è grasso. Madonna Santa!—osservò la Filomena, che lì per lì non potè celare un certo malumore.
—Eppure è lui tal e quale: io l'ho visto, in un ritratto a stampa, e lo posso dire. Quando saremo alle frutta, subito dopo il dolce di crema—continuò Donna Lucrezia indicando il calamaio—lo porterai in sala e... stammi attenta, piavola, e non far quel muso da addormentata!... e lo devi mettere con garbo, ma senza dire una parola, dinanzi al professore. Ti darò anche un mio biglietto di visita: ho pensato di scriverci sopra "al Cigno di Rialto" e basta!... Vorrei un po' vedere se quell'antipatica della Rosetta e quella grassonaccia malignaza della sua padrona—(l'affittacamere del professore, che era un'altra spina al cuore per la vedova)—sarebbero capaci d'un pensiero così gentile e nobile nello stesso tempo. Oibò, oibò! Avessero anche i danari che ci ho io, tanto e tanto non saprebbero pensarle certe cose: il sangue non è acqua, e la botte dà del vino che ha!
Ma la vecchina stava sempre muta, colla testa bassa, senza più dire una parola.
—Stasera—soggiunse poi Donna Lucrezia andando su e giù per la camera, affrettandosi a metter la roba a posto nell'armadio e nel cassettone—stasera aggiusterò i miei conticini anche con te!
—Faccia il suo comodo, padrona... Io non le ho ancora domandato nulla!—rispose la Filomena, un po' mortificata e anche impermalita per quelle parole.
—Non avertene a male, viscere mie, ma d'ora in poi li terrò io i danari, chè non voglio abbia da ripetersi il brutto caso di stamattina, che mi son trovata asciutta asciutta senza saperlo!
—Come vuole, padrona!