Il marchese rimase in pericolo per vari giorni: poi cominciò a rimettersi a poco a poco, ma superata a stento la crisi, rimase condannato per tutta la vita: colpito alla spina, gli era sopravvenuta una paralisi alle gambe, dichiarata inguaribile.

Durante il periodo più acuto della malattia, il Barbarò avea dimostrato per il marchese tanta premura e sollecitudine, quanta di più non avrebbero potuto averne nè la Mary, nè la stessa Angelica. Egli, inquieto, ansioso, stava a guardia giorno e notte attorno al letto del malato e non pensava nè a riposare, nè quasi a prender cibo. Dopo le visite accompagnava sempre il dottore per avere le notizie più particolareggiate e sicure, faceva continue domande alla Mary, teneva consulto coll'arciprete, e ascoltava con attenzione anche i suggerimenti e le profezie di Donna Lucrezia. Pareva persino, in que' giorni, che anche il suo amore per Angelica si fosse calmato: Pompeo Barbarò temeva, a ragione, se il marchese moriva subito, senza più poter parlare nè scrivere, di non essere abbastanza cautelato; ma poi quando cominciò a migliorare, e gli affari furono messi in regola, allora gli parve che il Dulcamara di Padova lo avesse racconciato anche troppo bene.

—Che cosa faceva al mondo quel polipo senza gambe e senza quattrini? Soffriva lui e faceva soffrire gli altri; specialmente sua moglie, che invece di tanti impiastri e moine avrebbe fatto meglio a curarlo con due pillole di pasta badese!... Figurarsi!... quella bestia del dottore per riuscire infallibile gli aveva detto che il Collalto avrebbe potuto morire in pochi mesi, e campare magari anche dieci anni!... Ma in dieci anni, coll'appetito suo, era capacissimo di rimangiare due volte Villagardiana! A buon conto bisognava risolversi: era venuto il momento di parlar chiaro alla marchesa. L'avrebbe condotta nel suo studio, le avrebbe fatto vedere coi registri alla mano, che quasi quasi non avevano più un soldo e... le avrebbe promesso di non abbandonarla. Ma si dovevano licenziare molte persone di servizio, vendere i cavalli, insomma diminuire di molto tutte le spese. Certo, certo; non era più tempo di chiacchiere: ormai i Collalto erano costretti ad accettare il suo ultimatum... ed anche la signora Angelica avrebbe dovuto piegare il capo... e mostrarsi riconoscente!... Ma che diavolo aveva addosso quella donna?!... Diventava più bella ogni giorno!

E per ciò appunto, per questa stessa bellezza che lo impacciava, il Barbarò non sapeva mai risolversi a "parlar chiaro." D'altra parte avrebbe desiderato trovarla sola; ma sola, adesso, non la si vedeva mai. Aveva sempre fra i piedi quella mummietta del suo figliuolo, e il marchese la voleva tutto il giorno vicina: non la lasciava libera un momento! Aveva aspettato allora, quel balordo, a innamorarsene e a esserne geloso!

E ciò era proprio vero.

Alberto di Collalto, che avea corsa allegramente la cavallina senza darsi mai alcun pensiero di sua moglie, aveva cominciato ad esserne geloso ai primi assalti d'ipocondria, forieri della gravissima malattia da cui era minacciato. Poi, rimasto infermo, non potendo più abbandonarsi ad altre distrazioni e avendo sempre dinanzi agli occhi quella donna, quella bella signora, giovanissima e fiorente, così soave, così serena nella sua bontà affettuosa e instancabile, se n'era invaghito sempre più, ma a modo suo; senza il cuore; colla testa e coi sensi.

—Quando gli avevano sposati,—ripeteva sempre all'Angelica,—essa non era che una bimba di sedici anni, fredda, anemica! Non sapeva nulla; non capiva nulla!... Se fosse stata allora com'era adesso, oh! egli certo non avrebbe avuto altro pensiero che lei: l'avrebbe adorata, come un devoto, in ginocchioni!

Sapeva e confessava di averci qualche torto e le domandava perdono, ma in cambio della sincera confessione e del pentimento voleva essere amato; voleva che sua moglie cominciasse allora con lui un idillio coniugale; e perchè Angelica gli offriva il sacrificio di tutta la sua vita, ma si ribellava a quello del suo pudore, la passione dell'ammalato s'inaspriva e diventava quasi feroce. Ogni mattina il fattore di Villagardiana (un pezzo d'uomo grosso e tarchiato) saliva nella camera del marchese, lo pigliava in braccio e lo portava giù, a terreno. dov'era messo a sedere in una piccola carrozzetta: e Angelica tutto il giorno lo accompagnava per le stanze e per i viali del giardino: poi, la sera, essa lo faceva adagiare sur una poltrona colle rotelle, vicino al pianoforte, e si metteva a suonare e a cantare per isvagarlo. Finita la musica, gli leggeva le gazzette per più d'un'ora ad alta voce. Era sempre lei che lo aiutava a vestirsi, che lo faceva mangiare, che gli preparava le medicine. Se appena appena lo lasciava solo un momento, egli si metteva a gridare dimenandosi come un ossesso; ma poi, respinto ne' suoi vaneggiamenti amorosi, contraccambiava con sgarbi e con querimonie le premure più affettuose; chiamava "ipocrisia" la bontà di sua moglie, e spesso, dopo averla tormentata dalla mattina alla sera, la teneva desta anche la notte, spaventandola con gemiti e vaneggiamenti esaltati.

Certe volte, quando Alberto soffriva la malinconia di morir presto, la bellezza della moglie l'angosciava colle gelosie del futuro, e allora erano tragedie per un altro verso. Egli avrebbe voluto che Angelica diventasse tanto brutta da inspirare avversione, per essere sicuro che, lui morto, non avrebbe potuto avere altri innamorati. Non voleva quasi più nemmeno che si abbigliasse e la rimproverava con rabbia perchè le sue vesti erano troppo sfarzose. Angelica cercava di mostrarsi semplice e dimessa: ma in quella sua stessa semplicità appariva ogni giorno più attraente; e il malato allora brontolava che era "la speranza di trovarsi libera presto, che la faceva star così bene," e che proprio "bisognava essere senza cuore per darsi il gusto di piacere agli altri, mentre aveva il marito in fin di vita." La povera donna, offesa ed afflitta da quelle ingiuste accuse si metteva a piangere; ma le lacrime rendendola ancor più bella, infiammavano maggiormente la rabbia di Alberto, il quale smaniava gridando "che era una civetta, una perfida e che lo tradiva... Sì, era sicuro; glielo vedeva scritto in faccia che lo tradiva!"

Se poi il marito per caso, o perchè avesse sonno, lasciava all'Angelica un minuto di pace, Stefanuccio, la mummietta, come lo chiamava il Barbarò, era subito pronto per divertirsi lui a tormentarla.