Stefanuccio era un fanciullo lungo e malaticcio, coi dentini aguzzi come una faina ed i capelli radi come un vecchio. Dimostrava un grande amore per la mamma; pure, a guardarci bene, in tutto quell'amore non c'era altro che egoismo misto ad un senso strano d'invidia. Odiava la Mary Alamanni soltanto perchè Angelica le era affezionata e fissandola cogli occhi torvi la chiamava pitocca; odiava Giulio Barbarò perchè aveva indovinato che voleva bene alla Mary e lo chiamava plebeo. Quando abbracciava Angelica, la stringeva in modo che parea volesse fare un esercizio ginnastico, ed i suoi baci, più che per l'amore parevano dati per far dispetto alla Mary che lo ammoniva scherzosamente "di non sciupare la mamma." Anche Stefanuccio sembrava cucito alle sottane di Angelica; voleva dormire con lei; voleva pranzare seduto sulle sue ginocchia; ma poi ogni volta che essa tentava di opporsi ad un suo capriccio montava subito in furore, la percuoteva colle manine, pestava i piedini, e strillava tanto da far borbottare fra i denti al signor Pompeo:

—Evviva la barba del re Erode!

Ma appunto mentre il signor Pompeo invigilava attentamente la marchesa Angelica, aspettando di trovar l'occasione propizia per poterle fare il discorsetto che aveva già composto a mente e corretto più volte, egli cominciò a notare in lei alcunchè di nuovo e d'insolito; molti piccoli indizi che rivelavano un turbamento, un'ansia, un'irrequietezza febbrile, che lo faceva maravigliare e entrare in grave sospetto.

Angelica, da alcuni giorni, pareva distratta, nervosa; arrossiva facilmente, poi diventava pallida a un tratto, e aveva sempre secreti con Donna Lucrezia:

—Diavolo, diavolo,—pensò il Barbarò.—Che cosa succede? Qui bisogna tener d'occhio la giovane e la vecchia.

Era successo che, proprio in que' giorni, Andrea Martinengo aveva scritto per la prima volta alla marchesa di Collalto.

Quando avea saputo che la Castelnovo si era sposata al marchese Alberto (bisogna tornare addietro di parecchi anni, poco dopo la battaglia di San Martino), Andrea giaceva ferito a Brescia in un Ospedale militare. Da prima non avea creduto alla terribile notizia; poi, appena ne fu certo, imprecando contro la perfida, la spergiura che lo avea tradito, voleva morire; voleva uccidersi e in un impeto di passione e di dolore stracciò disperato le bende che lo fasciavano. Poi, soccorso a tempo, e rinvenuto, maledicendo all'amore, volle vivere per l'odio; per uccidere Alberto, per isvergognare Angelica, insomma per vendicarsi!

In fine, tutto quel suo gran furore si calmò; ma era una calma solo apparente. In fondo al cuore, durava vivo, acuto lo spasimo, e collo spasimo l'amore.