—Bisogna compatirlo, Donna Lucrezia. Gli affari suoi si mettono maluccio e perciò sarà di cattivo umore.
—Gli affari di mio cugino?—domandò la vedova stupita.
—Sicuro, cara signora. Il marchese di Collalto spendeva ogni anno un terzo, quasi, più della sua rendita e, dalli e dalli, tutti i nodi vengono al pettine!
—Ma e la dote?... La dote di Angelica?
—La dote è sempre stata poca cosa: il conte Prampero, sua vita natural durante, non ha mai voluto sacrificarsi per nessuno, neppure per sua figlia.
—Ma morendo, capperi, gli ha lasciato una bellissima sostanza.
—Bellissima... da vedere! Palazzi, ville, giardini; tutta roba che sarà pure ingoiata come il resto, nella voragine dei debiti, perchè la signora marchesa ha esposto la sua firma, rendendosi garante e solidale col marito.
—Misericordia che rebalton!—mormorò Donna Lucrezia sbigottita, fregando contro il parapetto del terrazzo la punta del virginia che, spento, si cacciò in tasca.
—Eh, sicuramente!... È proprio una gran disgrazia! Io per altro l'avevo preveduta da molto tempo, e non ho rimorsi. Nella mia condizione e col caratteraccio bisbetico del marchese Alberto non poteva arrischiarmi certo a dar consigli; ma tutti gli anni a novembre, ho sempre messo sotto gli occhi tanto del signor marchese quanto della signora marchesa lo stato del patrimonio col relativo disavanzo; e i libri del bilancio sono in piena regola, e pronti nel mio studio per chi li vuol vedere! Se poi i Collalto, invece di fare un passo indietro e ristringersi nelle spese, han voluto tirar di lungo a scialare e a rovinarsi, io non ne ho colpa. Una cosa sola mi restava da fare in simili frangenti; ricordarmi che avevo un figliolo, e più per lui che per me assicurarmi del capitale esposto. Non le pare, Donna Lucrezia?