—Com'è bello!—ripetè la marchesa; e una tinta di sangue le colorì le gote più piene, mentre le nari fremevano respirando la brezza odorosa.
Il lago azzurro scintillava fra i pampani e i tralci; e la riviera stendeva al sole i colli verdeggianti, popolati di case rustiche con gli ulivi sopra e d'intorno, e di paeselli e di villaggi, dove spiccavano fra i tetti neri gli antichi castelli diroccati, ma ancora superbi e minacciosi nella loro rigidità.
—Com'è bello!... non è vero?—ripetè per la terza volta Angelica.
—Sì.... proprio.... È una magnifica vista!—rispose l'altro distratto, pensando a quello che voleva dire e al coraggio che gli mancava.
—È strano,—osservò Angelica che cercava tutte lo vie per tenere il discorso su cose indifferenti:—la casina è chiusa!—e colle piccole mani ancora coperte dai guanti, spinse l'uscio vecchio di legno, che resistette fortemente.—È proprio chiusa a chiave!
—Qualche contadino ci avrà nascosto il tesoro.
—Povera gente!...—mormorò Angelica, e a quell'uscio chiuso non ci pensò più.
Non era una casina del resto; ma appena appena un casottino da ragnaia. Quel campo prima di essere coltivato a viti serviva per uccellare alle allodole, e appunto sul tronco delle romilie che circondavano il casotto e gli davano il nome venivano appesi i richiami.
Angelica si era levata di dosso la giacchetta e l'avea buttata sopra una grossa pietra presso la casina, poi, sedendosi, domandò ad Andrea: