La Betta era uno di quegli esseri privilegiati e infelici che non sanno far altro al mondo che voler bene. Dopo la signora Lucia, la padrona, per la quale la Betta sentiva una vera adorazione, dopo gli altri della famiglia, dopo le stanzucce dov'era nata e che non abbandonava mai fuorchè per recarsi alla chiesa vicina, essa voleva bene a tutti; si dava intera a quelli che avevano bisogno di lei con un trasporto ch'era la sola voluttà della sua personcina ammalata. Le sofferenze, le beffe e la stessa ingratitudine non le avevano mai strappato di bocca un lamento, nè una parola cattiva.
Quando le morì il babbo, e poi la mamma, essa si ammalò tutte due le volte; ma, neppure allora, non mutò natura: non s'inasprì la sua dolcezza, non fu smossa la sua fede, e la preghiera sua non le uscì meno calda e fervorosa dal cuore angosciato.
Pure, sapendo di non esser bella, essa non si era mai innamorata, e perciò appunto sentiva come il bisogno di diffondere intorno a sè, in una tenerezza tranquilla e perenne, l'affettuosità appassionata che le traboccava dall'anima. Voleva, non potendo dare il suo cuore a una persona sola, almeno dividerlo fra tutti coloro che la circondavano.
E lo stesso Pompeo non l'aveva vinta colle seduzioni dell'amore, ma soltanto colla grande pietà che, insinuandosi a poco a poco nel suo animo, avea saputo ispirarle.
Quell'improvviso mutamento di fortuna, quel vederselo capitar dinanzi smunto e lacero, dopo averlo conosciuto lindo come un damerino, e la fame che aveva scritta in viso, e la sua aria di rassegnazione e le sue lacrime per non aver potuto seppellir degnamente i suoi poveri morti, e la gratitudine verso gli Alamanni e infine l'entusiasmo con cui parlava sempre della signora padrona avevano acceso lo spirito di carità nella fanciulla e in pari tempo esaltata la sua fantasia. Essa così s'indusse ad amare Pompeo; e lo amò appunto perchè lo credeva buono e infelice, lo amò come poteva amar lei, non per altro che per far del bene.
Non ebbe quindi i turbamenti e i languori delle fanciulle innamorate. Il suo volto pallido non arrossì mai per alcuna commozione, e i suoi occhi buoni, non mandarono guizzi di foco, ma rimase inalterata la tranquilla e serena espressione del suo sorriso. La Betta, mentre donava tutta sè stessa ad un uomo, non pensava se non a restituirgli la famiglia perduta, nè si aspettava altro gaudio che quello di dividere la sua casa e il suo pane con uno sventurato, privo di soccorsi e troppo altero per stendere la mano. E se pure una simpatia più nuova per il suo cuore, e più viva, entrava per qualche cosa nell'impeto di carità che l'aveva spinta a quel passo inconsiderato, era la simpatia mesta e profonda che nasce dalla corrispondenza dei comuni dolori. Anche Pompeo era rimasto orfano come la Betta; come lei aveva perduto in poco tempo il babbo e la mamma, e così le loro lacrime avrebbero potuto confondersi in un solo pianto e le loro speranze e i loro affetti in una sola preghiera.
Tutto ciò formava l'amore della povera giovane: troppo alto e puro perchè chi ne era l'oggetto potesse contraccambiarlo od intenderlo.
Anche dopo il matrimonio, la portinaia degli Alamanni continuò a rivolgere al cielo, come in cerca di pace, gli occhi dolci e rassegnati; ma spesso si vedevano pieni di lacrime, e s'era fatto più mesto il loro sorriso. Vestiva ancora, tutta linda, lo stesso abito di rigatino che aveva da ragazza; ma non le stava più bene; era diventato troppo largo per il suo corpicciuolo che dimagrava ogni giorno più; mentre invece il sor Barbetta si dava le arie di aver fatto, sposando la portinaia, un matrimonio morganatico e tornava a star sulle sue, ripigliando un'aria florida e prepotente.