Questo galantuomo era già salito parecchie volte al terzo piano, in cerca del suo pigionale; ma sempre inutilmente. Pompeo aveva buon naso e gli scappava di sotto. Il creditore, non trovandolo, ridiscendeva sempre le scale brontolando, ma continuava a pazientare.

—Nella peggior ipotesi—pensava—potrò mettermi al sicuro col sequestro dei mobili!

Figurarsi dunque le furie del brav'uomo, quando venne a sapere che il Barbetta aveva già fatto repulisti del meglio. Oltre al danno, s'ebbe a male d'essere canzonato. Gli fece la posta senza stancarsi, e aspetta un giorno, aspettane due, tre, finalmente lo agguantò mentre l'altro cercava di svignarsela sotto il Vôlto dell'Arco Vecchio. Allora acchiappatolo per il bavero, cominciò a ingiuriarlo, smaniando e gridando in modo da far correre tutta la gente del casamento:—Se non mi paghi e subito—era il solito ritornello—ti manderò ad alloggiare gratis sotto chiave!... Furfante, fannullone!—e continuò per un pezzo quella scenata, finchè stanco e rauco rallentò gli artigli e Pompeo potè sfuggirgli di sotto correndo via, come un cervo ferito, lontano, lontano, dove non c'era alcuno che lo potesse conoscere. Era livido, batteva i denti come un febbricitante.

—In prigione.... in prigione....—Lo avrebbero messo in prigione come l'orefice del Gobbo d'oro!... Ma dunque.... era proprio vero? In prigione ci andava tanto il ladro quanto il galantuomo?! E in tal caso.... In tal caso meglio sarebbe stato andarci per ladro!... Almeno si poteva prima arrischiare di far quattrini!... Già la povera gente non godeva più nessuna libertà.... Era stato fermato per la strada... insultato... percosso... e tutti stavano a veder lo spettacolo ridendo!... Sarebbe stato cacciato in prigione... e tutti avrebbero applaudito!—Già... già... già!—e i denti gli tremavan tanto da scricchiolare, e andava attorno stordito come un ubbriaco:—Già... già... già... la miseria è la schiavitù dei bianchi! Bisogna affrancarsi... o curvar la schiena sotto le bastonate.... Affrancarsi o curvar la schiena!

E per tutto quel giorno e per molti altri ancora Pompeo Barbetta durò a lamentarsi e a filosofare in quel modo: e avrebbe pur continuato per un pezzo anche a digiunare, se una buona figliuola, vedendolo sempre tristo nell'aspetto, umile e rassegnato, e credendolo di animo gentile come con lei si mostrava a parole, non si fosse presa di compassione per il poveretto; poi la compassione si mutò in simpatia, tanto che, dopo aver cominciato col soccorrerlo, finì col volergli bene.

Questa caritatevole creatura era la portinaia degli Alamanni, gli ultimi padroni del cuoco Barbetta.

Era nata e avea vissuto in quella casa e propriamente nelle due stanzucce terrene della porteria, dove anche i genitori di lei erano invecchiati e morti, sempre fidatissimi e sempre al servizio degli Alamanni.

La Betta, così chiamavasi la povera ragazza, rimasta orfana, aveva continuato a far la portinaia in quella casa, e vi era tenuta in conto quasi d'una figliuola.

Ma, salvo la fortuna d'avere un discreto impieguccio e qualche quattrino messo in serbo da' suoi parenti, la Betta poteva dirsi proprio disgraziata.

Piccolina, magrolina, tisicuzza era, sebbene ancor giovane, senza bellezza e senza salute. La testa grossa, co' capelli biondi, fini fini e radi, portava un po' piegata fra le spallucce ricurve, come se il collo sottile fosse un picciuolo troppo debole per tenerla ritta. Ma pure nel sorriso e negli occhi aveva un'espressione così mite di soavità rassegnata e affettuosa che la rendeva subito simpatica al primo vederla; un'espressione a volte indefinibile e con la quale pareva, in certo modo, volesse domandar perdono della sua bruttezza.