Nel frattempo la ditta Micotti e Compagno aveva subìto una leggiera modificazione nel titolo: si chiamava adesso Micotti e figlio. E mentre il buon Giulietto, il figlio del signor Barbarò, era sempre tenuto allo scuro di tutti gli affari, Beppe Micotti invece, il figlio della ditta, cominciava a diventare, ancora giovanissimo, il factotum del principale. Il signor Pompeo lo chiamava spesso a Villagardiana, a preferenza dello Sbornia; lo mandava in giro per commissioni delicate, e oltre a valersi dell'opera sua, certe volte ne ascoltava anche il parere, cosa che con lo Sbornia non gli era mai accaduta. Insomma, in genere di imbrogli e bricconate, Beppe Micotti pareva proprio un piccolo portento; e appunto, come i geni, si era rivelato di colpo. Espulso dall'Istituto Tecnico, dove rubava i libri dei compagni (e per innata passione al commercio, andava a rivenderli dal tabaccaio), il signor Barbarò non sapeva più in casa che diavolo farne. Fra le tante, pensò di impiegarlo in Ragioneria, dopo aver ordinato allo Sbornia di picchiarlo ben bene, in via premonitoria. Ma subito, negli affari, il giovane Micotti manifestò un ardore di cui non avea dato nessuna prova a scuola; e in pochi mesi acquistò importanza presso il padrino che lo istruiva e lo guidava, non senza ripetergli di tratto in tratto che non doveva ingrassare mangiando il pane a ufo, come facevano suo padre e sua madre.
Lo Sbornia, sempre maltrattato dal principale, tranne in quei pochi giorni di gloria goduti nel cinquantanove e nel sessanta, dacchè poi il figliuolo era entrato nell'amministrazione della ditta era stato messo affatto da parte, colla patente di bestione rimbambito.
—L'ho giubilato—diceva il signor Pompeo.—Adesso non ha proprio più altro da pensare, che a ubriacarsi e far l'Italia.
Se non che, bandito dagli affari, lo Sbornia era stato subito preso dalla moglie, e rimesso nelle sue antiche attribuzioni di facchino e di sguattero. La florida signora Veronica, alla quale col crescere degli anni erano cresciuti anche i baffetti e ogni altra cosa, non gli parlava quasi mai altro che a cenni, e quando lo vedeva insonnolito digerire l'acquavite insieme all'amarezza di non essere più adoperato dal principale, lo faceva muovere coi pugni e gli spintoni. La signora Veronica aveva sempre disprezzato il marito guardandolo di mal occhio; ma adesso, poichè il poveraccio era stato abbandonato dal signor Barbarò, non lo poteva più soffrire. Tutte le sue tenerezze erano per Beppe, che amava ciecamente fino all'idolatria, obbligando lo Sbornia a servirlo in tutto come un padrone. Se per caso le succedeva col marito di nominare il figliuolo, essa non diceva mai "il nostro Beppe," ma "il mio Beppe," e con una cert'aria che pareva un'ammonizione. Bisognava vederla la signora Veronica quando ammirava il figliuolo tutto lustro negli abiti smessi del padrino, che gli stavano a pennello! Aveva le lacrime agli occhi e avrebbe voluto mangiarselo dai baci, se non fosse stata trattenuta dalla paura di sciuparlo e anche da una certa soggezione. Bisognava vederla quando si trovava presso il suo Beppe, mentre questi parlava d'affari serio serio, colla faccetta da vecchio mariuolo!... Allora pareva si gonfiasse per la superbia; camminava dondolandosi fiera, colle mani sui fianchi, e faceva cenno allo Sbornia di correre a spazzolargli l'abito, o a lustrargli le scarpe.
In quanto a Beppe Micotti, egli rimaneva indifferente a quella grande tenerezza della veggia. Che il desinare fosse pronto all'ora fissata; che la sua roba fosse sempre ben in ordine, e che non mancassero i bottoni alle camicie: ecco tutto quanto gli premeva, e domandava all'affetto materno. E nemmeno col genitore usava molti complimenti: non si degnava mai di guardarlo in faccia; non gli parlava altro che per dargli ordini o per strapazzarlo; gli faceva portar l'acqua, spazzare lo studio, e se sbagliava in qualche commissione gli dava dell'addormentato e della bestia. Solamente, ricordandosi gli scappellotti ricevuti in passato, lo teneva in una certa considerazione per la sua forza muscolare, e non essendo di natura molto coraggioso, si faceva accompagnare dal vecc quando si metteva in viaggio con somme di danaro; e fu pure in sua compagnia che andò la prima volta a Villagardiana a eseguire gli ordini del sciur, com'egli chiamava il Barbarò.
Partiti i Collalto, il signor Pompeo era ritornato stabilmente a Milano, e ciò per due ragioni: perchè a Villagardiana, così disabitata e vuota, non ci si poteva più vedere, e perchè i contadini avevano minacciato di volergli fare la festa.
In fatti c'era gran fermento a Villagardiana contro il nuovo padrone. Quelle famiglie di coloni e di piccoli fittaiuoli che, di padre in figlio, si trovavano già da vari secoli alle dipendenze dei Collalto o dei Castelnovo, odiavano e mormoravano contro il signor Pompeo, quel forestiere ladro e assassino, che aveva traditi e spogliati i buoni signori, non vergognandosi nemmeno di cacciarli dai loro antichi possessi.
"Ma una volta o l'altra—dicevano fra loro—con una buona schioppettata faremo le vendette del Marchese!"
Poi, oltre a questo sentimento naturale, oltre alla vecchia ruggine che nutrivano contro il Barbarò per le taccagnerie che aveva fatte appena assunta l'azienda dello stabile in società coi Collalto, erano tutti sossopra temendo le innovazioni, che certo avrebbe voluto introdurre per intascar più quattrini, adesso che era solo a comandare. E i contadini si riferivano a vicenda, spaventati, le spilorcerie e le angherie commesse dal medesimo signor Pompeo a Panigale, dove la gente gli aveva affibbiato il soprannome di mercante di pellagra.
Pompeo Barbarò non aveva amore all'agricoltura. Egli voleva solo cavare dalla terra, come dagli uomini, il maggiore interesse possibile. "E siccome la terra" diceva lui, uso a guadagnare in altre operazioni il cento per cento, "era ladra e mangiava più quattrini che non rendesse", così per rifarsi, almeno in parte, faceva digiunare chi la lavorava.