Povera gente! Per una fetta di polenta cattiva, innaffiata con acqua il più delle volte corrotta, doveva ammazzarsi sotto la sferza del sole, fra i miasmi delle risaie, lavorando giornate eterne, che cominciavano alle due, alle tre del mattino, e non terminavano che alle sei o alle sette della sera!... E non mai un momento di ristoro; non mai il conforto d'un bicchier di vino! Que' contadini magri, gialli, sfiniti battevano i denti per la febbre e morivano di pellagra; ma per il grosso debito che avevano col padrone, non erano più liberi di lasciare il suo servizio, se non per essere portati al cimitero o allo spedale.

E per gli affamati il lunario segnava sempre cattivo tempo.

—Da noi tempesta ogni anno!—mormoravano cupamente.

In fatti se l'annata era stata prospera, il padrone sequestrava tutto il raccolto per rimborsarsi del suo credito; se invece era stata cattiva, infuriava contro i contadini, come se fossero loro che potevano far la pioggia o il sereno, e rinfacciava loro il misero sacco di polenta che doveva ancora anticipare.

Ma poi, se per avventura uno dei coloni spinto dall'estremo bisogno si arrischiava di chiedere al signor Barbarò un qualche piccolo restauro alla casuccia (erano tutte catapecchie in rovina, umide e malsane), allora cascava il mondo addirittura, e Pompeo si metteva a smaniare e a gridare in mezzo alla corte: "che tutte quelle bocche non avevano nè coscienza, nè discrezione!... Erano i villani che gli divoravano il patrimonio, e poi pretendevano ancora di essere alloggiati come principi!"

"Guai se fossi stato tanto minchione da appagare una sola di quelle ridicole pretensioni!" diceva poi il Barbarò con Don Rosario, il cappellano di Panigale. "In tal caso i bisogni si sarebbero moltiplicati all'infinito. I villani erano per natura avidi, furbi e viziosi. A lasciar fare a loro, avrebbero levata anche la pelle al povero padrone!"

Don Rosario approvava sempre e subito quanto diceva il signor Barbarò, da cui riscoteva le prebende, curvandosi come di scatto a mezza vita, con una mossa sussultoria, accompagnata da una risatina acuta e squillante, che pareva il chicchirichì d'un galletto.

Era costui un pretino giovane e paffutello, con certi polpacci che avrebbero fatta la fortuna di una ballerina, e che solo pareva delegato a essere il rappresentante della buona digestione presso quel popolo di affamati. Fuorchè nell'inverno, si vedeva sempre, roseo e saltellante, passeggiar per la Cura in pantofole, senza il nicchio, e coll'ombrellino di tela bianca foderato di verde. Ma del rimanente poteva vantarsi, e si vantava in fatti, di far sempre il suo dovere. Se qualcuno stava per crepare, non rifiutava mai di andarlo a benedire, magari di notte; e le domeniche e le altre feste, sebbene non obbligato, faceva anche un po' di predica prima dell'Elevazione. Era di solito un sermoncino in cui raccomandava l'amore al lavoro, l'obbedienza e la fedeltà al padrone; e finiva esortando que' cenciosi all'elemosina (spillava loro anche il quattrinello!), assicurandoli che la vita terrena non era altro che passaggio e preparazione alla vita celeste, e che per ciò coloro "che più tribolavano di qua, dovevano consolarsi perchè il Signore li avrebbe fatti più contenti di là."

Il Barbarò, quando capitava a Panigale, era sempre arrabbiato. Di solito non si fermava mai più di un giorno, ma per tutto quel giorno non faceva altro che gridare, minacciare, strapazzare. I contadini cominciavano a spaventarsi appena scorgevano la sua carrozza, e correvano inquieti e sbigottiti a darsene l'annunzio:

El padrun!... El padrun!... Guarda, guarda che vegn el padrun!