Betta, senza aprir bocca, tirava via a stirare, tutta piegata colle ossa protuberanti sotto il vestito di rigatino sbiadito. Pompeo si fermò di botto colla seggiola, e dando un gran pugno sul tavolino:—Ohè, dico,—mormorò con voce sorda, strozzata, per non essere udito di fuori, nel cortile,—sciogli lo scilinguagnolo, hai capito? o ti dò un par di ceffoni da farti gonfiare il viso.
Betta, tutta tremante, si scostò dal tavolino alzando gli occhi dolcissimi, pieni di spavento in faccia al marito: non poteva parlare, perchè le lacrime le facevan nodo alla gola.
—Devi tacere sempre,—continuò l'altro che s'era alzato per avvicinarsele:—sì, devi tacere sempre, perchè non voglio essere seccato dai tuoi lagni e dalle tue ciance; ma adesso, invece, ti ordino di parlare; te lo comando!
La povera donna indietreggiava ancora, e tentando di trar fuori la voce, si stringeva la gola colla mano scarna di tisica.
Pompeo le si strinse addosso coi pugni chiusi, cogli occhi torvi che l'ira rendeva anche più loschi, mentre i capelli folti, neri, tagliati ritti a spazzola, gli si movevano sul capo, per una tensione nervosa, come il pelo dei gatti.
—Hai capito, gobba?!
La Betta si sforzò, e mettendo fuori la voce con un singulto, balbettò daccapo le stesse parole con un'espressione piena di terrore e d'angoscia, che pareva insieme un lamento e una preghiera.
—Tutto ciò che vuoi... morir di fame... di fatica... ma rubare... ladra... mai!
—Io sono più onesto di te, birbona!—e Pompeo, sulla cui faccia scura, olivastra era corsa una vampa rossa di bile, afferrato uno zoccolo ch'era stato messo accanto al fuoco, ad asciugare, glielo tirò in viso, e la colpì così forte sull'occhio, che venne fuori il sangue.
Betta non gridò, non proferì una parola, non fece un lamento, smise perfino di piangere. Cercò nelle tasche, dove aveva il fazzoletto, e con quello si coprì la ferita.