—Il signor Giulio non è ancora tornato a casa.
—Fuori Pompeo Barbarò!... Evviva Pompeo Barbarò!—continuavano a strillare le voci acute dei monelli.
—Bisognerebbe dar da bere a quella gente....
—Ci vorrebbe altro, signor padrone; gli bevono anche le botti!
—Allora no,—rispose Pompeo, avvicinandosi alla finestra. Vedendo rischiararsi i vetri, gli evviva al Barbarò raddoppiarono, e quando egli sporse il capo ringraziando, scoppiarono più fragorosi.
—Anche a me come a Garibaldi!—pensò nel richiudere le imposte; poi:—Speriamo almeno che mi lascieranno dormire!—borbottò sbuffando col servitore, fingendo di esser quasi seccato di tutte quelle feste.
Si spogliò in fretta, e si cacciò in letto; ma quantunque i dimostranti se ne fossero andati, egli stentò ad addormentarsi. Aveva addosso l'irrequietudine, la smania che dà la contentezza.
I biechi fantasmi della coscienza erano svaniti; Pompeo pensò allora che se aveva lavorato tutta la vita per farsi un patrimonio, sapeva poi anche impiegare le sue ricchezze pel bene pubblico... e si sentiva commuovere all'idea di essere un vero benefattore dell'umanità.
La mattina seguente sognava ancora di aver sposata la marchesa Angelica con ottocentocinquantamila lire di dote ereditate dallo zio Diego, e sognava pure che lo avevano nominato Direttore della Banca Nazionale, quando fu destato da Giulio, all'improvviso, che gli capitò in camera disperato, piangendo e singhiozzando.