—Sissignore.

—Oh, Laus Deo!

Ci fu un momento di silenzio: la signora Veronica pareva impacciata e timorosa, l'altro continuava a sbuffare.

—E al conte Kanizsa—ripigliò sempre con voce stizzosa—hai fatto scrivere che se non gli riesce di fare il saldo per il primo di marzo, l'Agenzia manderà le cambiali al suo colonnello?

—Sì, signor padrone.

—Con questo damerino bisogna andar per le corte. Pare proprio che debba scoppiare la guerra da un giorno all'altro (me lo scrive anche lo Sbornia da Verona), e se il reggimento parte da Milano sto fresco io, a corrergli dietro.... Diavolo! Se mi lasciassi mangiare il fatto mio dai Tedeschi, oltre al danno, passerei anche per un codino!—E l'omiciattolo accompagnò queste parole con una cinica risataccia.

La soggezione che la signora Veronica provava sempre in presenza del padrone, era accresciuta in quel momento da una segreta inquietudine: i trenta fiorini che avea dato sul pegno del medaglioncino. Era vero ch'essa, in quell'incontro, s'era tenuta stretta agli ordini ricevuti; era vero che il padrone, già da molto tempo, e chi sa per quali viste, voleva attirare all'Agenzia quella nuova cliente; era vero che le avea ordinato, caso mai le fosse capitata sotto mano, di largheggiare nella stima se si fosse trattato di un prestito sopra pegno, o di accettare anche la semplice firma della signora, se avesse offerto una cambiale.... Ma "trenta fiorini" per una miniatura, non era forse andata troppo oltre?...

E aspettava timorosa che il padrone arrivasse all'ultima pagina del registro e le domandasse informazioni intorno al prestito fatto alla Filomena Beltrami.

Ma quando la domanda che l'impauriva era proprio lì lì per venir fuori ci fu un incidente che la ritardò un altro poco. L'uscio a cristalli, in fondo allo stanzone, si riaprì a un tratto rumorosamente, e un ragazzetto corse precipitoso a ficcarsi fra le gambe dell'omiciattolo, esclamando: