—Padrino Barbarò, dammi il soldino! Voglio il soldino, padrino Barbarò!
—Seccatore maledetto!—grugnì l'altro fra i denti, e con piglio infastidito si mise a frugare in fretta colle dita cariche di anelloni d'oro nel taschino del panciotto.
Mentre il viso dell'uomo si chinava verso quello del ragazzo, e quello del ragazzo si alzava verso quello dell'uomo, tutti e due mostravano la stessa espressione di cupidigia negli occhiettini loschi e falsi che parevano di vetro; e l'istessa tinta olivastra appariva sulla faccia da vecchietto del bimbo, come su quella dell'uomo vizza e rugosa, senz'ombra di barba, tranne alcuni peli neri sul labbro superiore, grossi come le setole e così radi da potersi contare.
La signora Veronica frattanto rimproverava il monello per la sua sfacciataggine, ma con un tono che ad onta della severità apparente tradiva l'indulgenza e la debolezza materna:
—Andiamo... su... da bravo! Non se' più un bambino, ormai, d'aver ancora quelle manieracce! Dove hai imparata l'educazione?
—Al collegio degli sguatteri!—borbottò il padrino dandogli un soldo e uno scappellotto.
—Da' un bacio e la buona notte al signore, e ringrazialo tanto!—suggerì la mamma al figliuolo.
—Che baci d'Egitto!... Dovresti invece lavargli il muso.
La signora Veronica chinò il capo mortificata. Ma il ragazzo, quand'ebbe presa la moneta, non badò ad altro, e senza nemmeno ringraziare il padrino Barbarò, scappò via correndo a precipizio com'era venuto.