—Speriamo!... Pensa, che doman l'altro siamo all'ultimo del mese!...
—Pagherò le cambiali, e poi, se mi riesce un certo giro che ho in testa, vedrai... vedrai, Merina, mia, che bella improvvisata!
Invece l'improvvisata l'ebbe il buon Giulietto. Clementino fu puntuale, ma l'altro che lo aspettava dietro i vetri della finestra, capì subito appena lo vide venire dinoccolato, colla testa bassa, in mezzo alla nebbiarella mattutina, che la spedizione era fallita. Non si camminava a quel modo, con otto mila lire in tasca!
—Ha detto di no!... Ha detto di no, e non ho più un soldo!
Gli ultimi spiccioli gli aveva dati alla Filomena per la spesa di casa.
Non ebbe il coraggio di andare incontro a Clementino; si sedette sul canapè, in faccia all'uscio.
—Niente?...—gli domandò appena l'altro fu entrato, con quella voce cavernosa che indica il vuoto dello stomaco e della borsa.
—Non l'ho preso per il collo, quel cane, perchè non volevo insudiciarmi le mani!—Clementino si buttò sopra una sedia, come disfatto.
—Ha detto di no? Non si fida?
—Non ci mancherebbe altro!... Ti darebbe la casa, ti darebbe!... Tutta la casa, e senza nemmeno la firma: basta la tua parola.—So che avrei da fare con un gentiluomo,—ha detto;—ma... Mi confessò di non aver quattrini. Me lo confessò colle lacrime agli occhi. Guarda se non siamo sfortunati: ieri, come ieri, ha prestato ottanta mila lire ad uno dei primi giovinotti della nostra aristocrazia, uno del club che va a Roma a sposare un'americana arcimilionaria come te!