—Se sono que' due che dovevan venire per la risposta di suo cognato, ho qui una lettera...—accidenti, dove l'ho ficcata!—La serva lasciò nell'anticamera Giulio e Clementino che si guardavano senza dir motto, e tornò brontolando con una lettera gialla, diretta a Clementino.

—A Clementino?... Brutto segno—pensò Giulietto, e il Chianti della colazione, gli fece nodo alla gola.

Clementino aprì la lettera, ci dette un'occhiata, poi infilò mogio la porta, senza lasciare i saluti per la padrona.

Giulietto gli teneva dietro colla testa bassa: le ottomila lire erano andate in fumo.

Infatti la signora Amalia scriveva, che suo cognato era, come lei, addoloratissimo di non poter servire l'egregio signor Giulio Barbarò, causa i gravi e molteplici impegni della fine del mese.

—Se fo il cappellaio, nasce la gente senza testa!...—esclamò Clementino stracciando la lettera.

—Son io il disgraziato,—borbottò Giulio cogli occhi torvi, e lasciò l'amico salutandolo con un sorriso amaro.

—Maledetto te, e il tuo eccesso di buon cuore! Ora mi trovo senza un soldo, e colla scadenza alla gola! Aveva ragione la Mary, di non fidarsene... Povera Mary!...

A ritornare all'ufficio, per quel giorno non ci pensò nemmeno. Invece corse dalla moglie, a sfogarsi con lei.

Pure, non c'era tempo nemmeno di piangere... un rimedio bisognava trovarlo. D'accordo colla Mary scrisse una lunga lettera al signor Ambrogio Vitalis, uno dei soci della Ditta Industriale, dipingendogli il suo stato, e implorando il suo aiuto per le cambiali: egli lo avrebbe pagato un tanto al mese sullo stipendio. Ma anche scritta, e mandata la lettera, continuò a gemere. La notte, non dormì punto, e la Mary dovette alzarsi due volte: la prima per fargli un caffè, e l'altra una limonata.—Ah,—mormorava Giulietto fra le convulsioni,—se non avessi sbagliato il colpo!... Sarebbe stato meglio per tutti!...