Angelica soffriva: soffriva nel suo amor proprio, nel suo cuore, nel suo sentimento di donna. Ogni volta che vedeva avvicinarsi il Barbarò, non poteva vincere un impeto di repulsione, ma era costretta a dominarsi.... era bastato un momento, un momento solo, e ormai era stata presa. Pure, essa affrettava con ansia indicibile il giorno in cui tutti gli affari fossero accomodati, il giorno in cui sarebbe ritornata libera, in cui non avrebbe più dovuto sopportare la presenza e i servigi di quell'uomo.... ma se avea fretta lei, non aveva fretta il Barbarò. Col fascino assorbente del danaro, senza che Angelica se ne fosse accorta, era diventato il padrone di casa sua. Il nobile Barbarò di Panigale, deputato al Parlamento, non era più il signor Pompeo, ed ella pure sentiva, non potendo levarselo di torno, di doverlo trattare assai diversamente. Gli altri, dai creditori alle persone di casa, che andavano in visibilio quando arrivava lui, tutti dichiaravano che era stata una gran fortuna per la marchesa, e più per il marchesino, che Don Pompeo di Panigale avesse voluto occuparsi dei loro affari. Era un suffragio universale al quale, tanto più perchè c'era di mezzo suo figlio, Angelica non poteva, non osava ribellarsi.
E poi i danari, questa forza che il Barbarò sentiva di possedere, pareva avessero affinata anche la sua furberia. Al Villino delle Grazie egli aveva saputo rendersi necessario a tutti. Mance non ne dava, ma poteva rendersi molto utile con raccomandazioni. Un suo biglietto di visita poteva far la fortuna di un uomo, ed essendo prodigo di raccomandazioni e di biglietti di visita, diventava popolare a buon mercato.
Il marchesino Stefano, lo avea fatto suo vezzeggiandolo, adulandolo, facendogli credere che lo zio Diego era un ricco sfondato, e che l'unico erede doveva esser lui.
—Che bell'ufficialetto dovrete diventare!—gli diceva spesso.—E ve ne saranno da spendere, perchè se il babbo ha sciupato, lo zio ha provveduto!
Il giovinetto montava in superbia a quelle parole, e non faceva altro che sognar grandezze. Poi quando, più tardi, superati gli esami, si trovò libero a Torino, alla Scuola d'Applicazione, cominciò a spendere allegramente.... tanto più che gli era facile trovar quattrini, perchè c'era sempre qualche usuraio che gli si metteva alle costole, pronto a servirlo.
Per tutto ciò Pompeo di Panigale trionfava allegramente. Alla Banca non lo riconoscevano più: sempre attento agli affari, ma di buon umore. Siccome andava spesso al Villino delle Grazie, aveva mutato il vecchio carrozzone in una victoria elegantissima, e si era fatto canzonare comperando a gran prezzo, e per due puri sangue, una pariglia di poco valore.... Ma a un tratto, quando proprio era al sommo di tutte le speranze, arrivando una sera a Gallarate, vi trovò il maggiore Andrea Martinengo, che gli fu presentato dalla marchesa Angelica, cogli occhi lampeggianti di contentezza.
Il Barbarò fece una smorfia, che dovea essere un sorriso, abbondò di complimenti col maggiore, ma avea la voce grossa, e se ne andò quasi subito.
Non vedeva il momento di trovarsi solo!—Invece quando fu solo si sentì peggio. Era gonfio di gelosia e di odio.
—Quella santocchia mi ha ingannato! Si è servita di me come di un ragioniere! Mi ha tenuto buono, mi ha accarezzato finchè aggiustavo i suoi affari, e adesso che si crede a buon punto fa saltar fuori l'amante e me lo butta in viso!... Svergognata! Sfrontata, peggio di tutte le altre!—Poi, sfogata l'ira, un altro pensiero lo accasciava.—Dunque.... si amano ancora?!... Dunque non è vero che quello spiantato l'abbia abbandonata!... Si amano! Si amano! Potessi farli crepare tutti e due!