In quanto a Stefanuccio lo zio Diego gli volse un'occhiataccia senza dirgli una parola. Ormai la sua collera verso Stefano rimaneva offuscata dalla preoccupazione in cui si trovava riguardo Angelica; se ella non si fosse piegata ai suoi disegni, tutto il suo odio si sarebbe riversato su di lei. Prima di andarsene aggiunse qualche altra parola di elogio per il Barbarò, e le domandò se non avea mai veduto Panigali.
—No, zio.
—È una reggia, nipotina mia; un castello incantato! Poi disse alla marchesa che per un giorno o due essa avrebbe dovuto ancora rimanere a Milano, e le annunciò che quella sera, dopo pranzo, sarebbe venuto a prenderla per condurla alla passeggiata sui Bastioni.
—Noi vecchi, si sa, siamo tutti un po' vani; ed io ho la vanità di farti vedere!—In fine se ne andò, com'era venuto, senza salutare Stefano che dovea ritornar subito a Torino.
Angelica rimase assai angustiata per quei due giorni che doveva ancora passare a Milano, lontana da Andrea. Pensò di farlo venire, ma lo zio non lo vedeva di buon occhio, e per il bene del figliuolo non voleva irritarlo.
"Povero Andrea!... che cosa avrebbe fatto solo solo a Nuvolenta?..." Pure era contenta di saperlo là; là tutto gli dovea parlare di lei, di lei solamente; là, lo sentiva più suo; lo vedeva bene e... e non era gelosa.
Per dir vero la passeggiata ai Bastioni non le sorrideva moltissimo; anzi ne avrebbe fatto senza volentieri; ma non avea avuto il coraggio di rifiutare sapendo quanto lo zio Diego desse importanza a certe cose.
In fatti, subito dopo pranzo, egli si recò all'albergo a prenderla, colla carrozza in gran lusso. Egli stesso era azzimato come un giovinotto; stecchito, leccato, impomatato, con una grossa gardenia all'occhiello.
—Stefano ha confessato tutto?...—domandò poi appena furono soli, in carrozza.