La Colonna di fuoco era un giornale politico che si pubblicava allora a Milano, diretto da un ex frate catanese: Salvatore Cammaroto.
Al primo momento Pompeo Barbarò, sedotto dall'idea della deputazione, aveva obliato il frate e il suo giornale, ma adesso invece, rammentandolo, stentava a rassicurarsi, e fissando lo Zodenigo mormorò, mentre impacciato intrecciava le dita grosse e nocchiute nel catenone d'oro:
—Capirete bene... non vorrei... non vorrei aver dispiaceri... ho molti nemici... troppi nemici.
—Tutta invidia...
—Sicuramente; ma intanto... riderebbero alle mie spalle. I Collalto, specialmente!... Adesso, sapete?... mi han messo contro anche quel vecchio gonzo dell'Alamanni. Se riusciranno a impedire il matrimonio sarà tanto di guadagnato per me e per Giulio, ma.... Ma pure, scommetterei, dev'essere stata la marchesa Angelica, istigata dal Capitano, che mi ha dipinto coi colori dell'orco allo zio Francesco!
—Quel maachese... quel maachese... non muoee mai?
—Lo desiderano troppo, e ciò gli allunga la vita!—rispose il Barbarò con una sghignazzata.—Ma... ritornando alla Colonna di fuoco vi confesso che... per le ragioni che v'ho detto e... in questo momento... mi fa... mi fa... mi fa paura!
Lo Zodenigo sorrise appena, sprezzantemente, senza scomporsi.
Salvatore Cammaroto, il direttore della Colonna di fuoco, era un uomo d'ingegno straordinario e di svariata coltura, ma al quale mancavan, per disgrazia sua... due dita di criterio, di quel certo criterio senza cui, a sentir la gente di buon senso, riescono vane tutte le più grandi virtù della mente e del cuore.
Da ragazzo era stato messo in un collegio presso Catania, diretto dai Padri Scolopi, e subito leggendo la vita di San Giuseppe Calasanzio si accese di un ardore tale per le pratiche religiose da sembrare certe volte un allucinato e da far temere anche per la sua salute. Poi, crescendo cogli anni, s'infervorò nello studio delle discipline religiose diventando un seguace ardentissimo della dottrina dei Minoriti, e però schierandosi fra gli avversari più acerrimi e più battaglieri della scuola teologica dei Domenicani, come se avesse in animo di rinnovare per proprio conto, in mezzo allo scetticismo e alla indifferenza del secolo decimonono, le dispute e le lotte accanite del medio evo. In fine quando i suoi parenti, che dopo essere stati edificati dalla pietà del fanciullo e inorgogliti dal sapere del giovinetto si preparavano a levarlo di collegio, egli dichiarò esplicitamente che si sentiva la vocazione, e che voleva farsi frate.