—Anche un processo?... Oh!... oh!... oh!...

—Per altro se l'è cavata bene.

—Ma il paese è stato derubato!

—Parlate piano!—tornò a raccomandare il cavalier Marnulfi, che teneva sempre d'occhio la porta da cui era uscito il maggiordomo.

—Se ha derubato il suo paese... ha fatto lo stesso altrove; a Verona, nel cinquantanove... quando c'erano ancora i Tedeschi....

—Già,—interruppe il marchese Brancaccio, colla voce stridula e tagliente,—i primi danari... gli ha fatti... coi Tedeschi.—Il marchese guardò l'avvocato; l'avvocato guardò il marchese e sorrisero insieme.

—Chi sa poi, se è vero!—disse il cavalier Marnulfi,—ma piano, piano, pianissimo.

—Fra i praticanti del mio studio,—riprese l'avvocato Terzi,—avevo un giovinotto, un buon diavolaccio lui, ma figliuolo d'un figuro, d'un commissario austriaco... d'un tale che chiamavano allora Don Miao... e costui mi ha proprio assicurato....

—Per Dio! parlate piano!—esclamò il Marnulfi, che aveva veduto aprirsi la porta.

In quel momento, in fatti, entrò il maggiordomo, e fece passare la deputazione nella gran sala dei ricevimenti, dov'era Don Pompeo Barbarò di Panigale, circondato dalla sua famiglia.