Francesco Alamanni conservava ancora nella sua maschia natura di cospiratore e di soldato le idealità e i poetici entusiasmi dei vecchi romantici del quarantotto. Buono come chi è veramente forte, indulgente come chi è profondamente onesto, era ottimista fino a parere ingenuo. Per le molteplici vicende della sua vita avventurosa, trascorsa fra le cospirazioni, il carcere, l'esilio e le battaglie, non avea avuto tempo nè agio per imparare a conoscer uomini, specialmente gli uomini moderni, e per acquistare la pratica, la vera pratica, delle cose. A sessant'anni, colla bella persona alta e asciutta, col viso in cui spirava la serenità dolce dei forti, e la lunga barba, d'un biondo reso chiarissimo dalla canizie, pareva l'uomo di un'altra epoca; la figura di un eroe magnanimo, che si fosse staccata da un quadro storico dei tempi epici, e che dovesse trovarsi a disagio in mezzo al formicolìo basso e minuto della vita usuale. Quantunque parecchie volte fosse rimasto ingannato dai furbi e dai bricconi, pure l'ipocrisia e la malizia altrui non avevano giovato alla sua esperienza. Egli rimaneva sempre lo stesso; i dolori gli potevano spezzare forse, ma non mutare il cuore. E così era pure del suo carattere, tutto di un pezzo e di grana nitida e lucente, come una statua di marmo pario; così de' suoi sentimenti, così delle sue opinioni. Nulla poteva piegarsi, nè corrompersi in lui; e però se Francesco Alamanni era verso gli altri assai mite e indulgente, era severissimo con sè stesso; e se, come imponeva il dovere di vecchio cospiratore, sapea mostrarsi insensibile alle seduzioni della vita, e dominare e vincere i propri affetti e le proprie passioni, tuttavia, come un soldato, sentiva eccessivamente il punto d'onore.

Mentre si trovava ancora ferito, e gravemente, nello spedale d'Innsbruck, aveva già scritto a qualche suo amico di Milano (gente dell'altro mondo come lui) per avere informazioni intorno al signor Pompeo Barbarò. Queste gli erano state mandate assai contradittorie; ma tali, in ogni modo, da inquietarlo seriamente.

—E Donna Lucrezia,—pensava l'Alamanni fra sè, crollando il capo, dopo aver ricevute quelle notizie,—Donna Lucrezia che mi vantava tanto l'operosità e i talenti del signor Pompeo, e la bontà, il coraggio e il disinteresse del figliuolo?!... Bei talenti davvero!... È proprio senza testa, Donna Lucrezia, proprio senza testa!...—E le scrisse subito una lettera di fuoco, imponendole di allontanare i due giovani quanto più le fosse possibile, e di rimandare ogni risoluzione relativa al matrimonio della nipote, sino al giorno in cui egli avesse potuto recarsi a Milano.

Ma la ferita era assai grave, e fu lunghissima la cura e la convalescenza; l'Alamanni dovette aspettare parecchio tempo prima di potersi mettere in viaggio, e la Balladoro lasciava intanto che i due giovani continuassero a vedersi, brontolando che lo zio Francesco non aveva alcun diritto di mettersi a fare il sior Todero; che non si era mai dato alcun pensiero della Mary; e che bisognava esser matti, proprio matti da legare, a voler porre ostacoli a un'unione che era addirittura un.... un vero idillio, per l'amore sconfinato dei do tosi.... e per tutto il resto.

Ma se era lecito brontolare, quanto a concludere il matrimonio, non c'era verso; bisognava attendere l'arrivo dell'Alamanni. Questi capitò a Milano che non era ancora interamente rimesso in salute, e sulle prime cominciò a dubitare che le informazioni avute intorno a Pompeo Barbarò non fossero veritiere. In fatti i conoscenti, anche i più lontani, lo fermavano per istrada, congratulandosi e compiacendosi con lui per le voci che correvano intorno allo splendido partito che si offriva alla sua bella nipotina. Ma poi, appena ne parlò di proposito con qualche persona fidata, e venne in chiaro del famoso processo dei fornitori, non volle saperne di più; andò sulle furie contro Donna Lucrezia, la rimproverò, la strapazzò per aver messo in pericolo il buon nome della Mary e di tutta la famiglia, e le intimò di dichiarare al figlio di quel certo signor Barbetta di smettere ogni idea, ogni speranza, che avesse potuto concepire sul conto della signorina Alamanni. Alla Mary non parlò meno risolutamente: "Finchè sei minorenne" le disse "mi opporrò sempre a una simile unione; dopo potrai anche accettarla.... qualora ti senti l'animo di far morire tuo zio di dolore e di vergogna." Poi, infine, colla scusa che la sua salute aveva bisogno di rinfrancarsi in un clima più dolce, deliberò di recarsi a Nizza per i mesi d'autunno e d'inverno, e volle che la Mary lo accompagnasse.

—Mia nipote—pensava il brav'uomo—ha un paio d'anni da aspettare, prima di essere maggiorenne. E in un paio d'anni si può guarire anche di una ferita d'amore!

Ma lo zio Francesco in vita sua non aveva avuto altro amore che l'Italia, e però non era molto pratico di certe cose, e dovette avvedersene subito, nelle prime settimane che si trovava a Nizza, perchè mentre lui si rimetteva in salute, la nipote dimagrava e intristiva ogni giorno.

E appunto per lo stesso motivo, cioè per la sua ignoranza delle donne e dei misteri e dei bisogni del loro cuore egli, in quell'occasione, non aveva neppur saputo prendere la Mary per il suo verso; e quantunque le volesse molto bene, aveva finito col parere, e fors'anche coll'essere, un po' troppo severo, un po' troppo crudo, nella sua inflessibilità.

Da quel giorno in cui aveva dichiarato alla Mary di opporsi al suo matrimonio, l'Alamanni, sperando che la fanciulla in tal modo riuscisse più presto a dimenticare, non le aveva più detto una parola che potesse riferirsi al suo gran dolore, alle sue speranze distrutte.... Più nulla; come se Giulio Barbarò fosse morto o, peggio, come se non fosse mai esistito.—Non lo doveva più sposare; perchè ricordarlo, perchè parlarne ancora?...—Da quel suo silenzio medesimo, così fiero, così assoluto, essa doveva convincersi sempre più che ogni tentativo di nuovi accordi sarebbe stato respinto.