—Eh, eh! signorino!—Non le pare che ce ne sia abbastanza?
La signora Maddalena, a poco a poco riprendeva il sopravvento sulla madre.
—Che cosa si può sperare, quando, sotto la mia educazione e col mio esempio, uno scapestrato che non ha ancora vent'anni spreca un mucchio di danaro per la gola, per la vanità, per fare il milordino? Io posso vantarmi di non aver mai buttato via quattrini nè per la moda, nè pei capricci, e non ho mai sciupato dodici lire dal pasticciere, avendo da mangiare a casa mia.
Povero Giacomino! La signora Maddalena non poteva immaginarsi che quelle dodici lirette erano state rosicchiate in tanti confetti dai candidi dentini di mademoiselle Fanny.
—Dovrò partire, quando?—demandò il giovanotto, che voleva finirla; anche per trovarsi solo ed essere padrone del suo dolore, per sfogarsi, per piangere.
—Partirete… quando avrò la risposta del Rosasco: gli scrivo subito. Andate.
Ma la signora Maddalena, anche questa volta, girò gli occhi per non guardarlo in faccia.
—Sta bene—rispose Giacomino. Si avviò, poi tornò indietro.—Siamo intesi: lo dirai tu al babbo… perché io… (sentì inumidirsi le palpebre), perché io non gli dirò nulla—concluse arrogantemente, con un'alzata di spalle. Si rizzò, s'inchinò e—uno, due, tre—se la battè con un colpo secco dei tacchi.
—Siamo intesi: buon giorno.—E se ne andò.
—Superbo, donnaiolo, dissipatore! Io devo difendere la casa; la ditta Monghisoni—borbottò la signora Maddalena rimasta sola. E quand'ebbe finita e chiusa la lettera al signor Antonio Rosasco, armatore, a San Pier d'Arena, vi scrisse sopra: Urgentissima.