—Divorzio!—gli aveva urlato nelle orecchi monsieur Richard.

Al povero signor Daniele non rimaneva più che la Cammilla.

—Che, cosa devo fare?… Che cosa si può fare?…—mormorava anche a lei, ma sottovoce, per non essere udito dagli altri. E lì colla Cammilla poteva sfogarsi; tutt'e due pensavano, studiavano se c'era verso d'impedire la partenza di Giacomino, e finivano con piangere insieme brontolando:—No, no, no! non deve andar via!… non deve andar via!….

Giacomo, ciarliero, espansivo con tutti, evitava tanto il babbo, quanto la Cammilla, ma per diversa cagione.

Il babbo che lo seguiva, stralunato, balbettando colla voce piena di lacrime:—Ma io non voglio!… io non ti lascio partire!…—lo commoveva troppo, e Giacomino voleva esser troppo forte, e sempre allegro. Quanto poi alla Cammilla, quel naso di famiglia, sempre rosso e gonfio per amor suo, lo infastidiva e lo indispettiva.

Nel suo cuore non c'era più posto che per il bel nasino della Fanny.

—Che c'entrava la Cammilla? Era forse sua sorella?… E le voltava lo spalle.

Giacomo era innamorato di Fanny e Fanny di Giacomo. I due giovani se l'erano detto ed anche provato.

La grande notizia dell'imbarco del giovane Trebeschi sull'Arcobaleno aveva fatto colpo anche al Circo Stanislao.

La Fanny, fin dalla prima sera al Biffi, quando aveva ammirato quella bocca fresca, intatta del giovanotto, non aveva aspettato altro che di trovarsi a quattrocchi con lui, per mangiarsela di baci. Così, appena, Giacomino le ebbe detto, sospirando:—che partiva per sempre e che non ne provava nessun rammarico fuorché per lei—subito, la bella ragazza, gli aveva buttato le braccia al collo, dicendogli, fra i baci, all'orecchio: