Prends bien garde, mio caro, que le général non si accorga di niente!

Saperlotte!—aveva risposto Giacomino, rassicurando la ragazza.

Infatti, poco dopo, quando udirono picchiare leggermente all'uscio,—erano nel camerino, al Dal Verme,—Giacomo, prontissimo, si era già allontanato, mentre Fanny si passava il piumino della cipria sulle guance, esclamando con una risata squillante:

Venez donc, mon général.

Piccolomini di Coccorito, entrò, e si fermò in mezzo al camerino, fieramente, colla pancetta traballante sulle gambette ercoline: non salutò nemmeno madamigella Fanny; squadrò il giovinotto che aveva già notato qua e là, ma che vedeva per la prima volta.

Monsieur Trebeschi, un amico di mio fratello—disse tosto e con gran disinvoltura l'intrepida amazzone, presentando Giacomo al generale, senza voltarsi nemmeno, mentre col cappello a cilindro sugli occhi e col frustino sotto il braccio, calzava, con grande sforzo, i guanti gialli, lunghi, scamosciati.

Il generale continuava a, fissare il giovinotto, e, quasi annusasse odor di polvere, gli si rizzavano i peli dei grossi baffoni, tinti di nero, il ciuffetto irto in mazzo al cranio pelato.

Giacomo, dal canto suo sosteneva imperterrito quello sguardo.

—Trebeschi?—domandò finalmente il generale, gonfiando le gote e soffiando ad ogni parola.

—Trebeschi?… Ufficiale?… In cavalleria?