Madamigella Fanny rispose di no, sorridendo, perché tutti pigliavano quel bel ragazzo per un ufficiale… E così anche il Piccolomini che pur doveva intendersene. Poi si affrettò a soggiungere che l'amico di suo fratello partiva quanto prima per la Spagna, per l'America, per l'Australia.
Il generale si rasserenò, e senza badar più a quel borghese, si accostò saltellante alla Fanny, e si mise ad aiutarla a calzarsi i guanti, gonfiando le guance e soffiando più forte che mai.
Giacomo salutò, con un altro inchino, e se ne andò serio, impettito. Ma appena fuori fece anche lui un salterello, fregandosi le mani e strizzando l'occhio.
—Ah! ah! la faceva in barba a un generale!
E il giovanotto in quei giorni fu pienamente felice; ma la felicità non gli fece perdere la bussola; tutt'altro. Invece di essere geloso, si divertiva a chiamare Fanny la sua bella generalessa, e così tutti, compreso il Piccolomini, restavano contenti più di prima.
Il solo che, colla crescente felicità di Giacomino, si andasse rannuvolando era monsieur Richard, inquietissimo per l'avvenire.
—Sempre così—borbottava—a Milano, come a Parigi, come a
Pietroburgo!
E minacciava sempre, quando l'altro non poteva sentire, di voler somministrare schiaffoni a destra e a sinistra, e faceva gli occhiacci alla Fanny, che gli rispondeva appena con un'alzata di spalle.
E il buon fratello, nella sua sperimentata antiveggenza, pur troppo, era profeta. Era mancata la prudenza non a Giacomino, ma alla Fanny, e proprio nel momento supremo, cioè quando al povero generale Piccolomini, che aveva già speso un occhio, per la stella del Circo Stanislao, e credeva ormai di essere arrivato in fondo, era capitato a domicilio un altro fascio di conti da pagare: il riassumendo della fine di stagione. L'avarizia stimolata dalla maraviglia e dal dispetto non scemò l'amore del generale, ma ne acuì la gelosia. Gonfiandosi e soffiando, cominciò a impressionarsi, a impermalirsi, a guardare, ad osservare.
—E quel Trebeschi? Quel giovanotto borghese?