—Très-bien! Voi me le manderete; a Terni, quand vous voudrez—rispose il cavallerizzo con un'alzata di spalle.—Io non sono un affamato.
Intanto che il Richard parlava, la Fanny, alzata una gamba sopra una seggiola, si abbottonava lentamente con un allacciascarpe di avorio gli stivaletti lunghissimi, e monsieur Crispì, arrampicandosi col becco sui piatti della tavola, rimasti lì sudici e ammonticchiati fin dal giorno innanzi, borbottava colla voce nel gozzo: Saccorrotto, saccorrotto, parola che aveva udita per la prima volta a Milano, e che stava studiando in quei giorni.
—I mille franchi… diremo cinquecento, per essere sicuri—ripeteva il Richard, con flemmatica prosopopea—me li manderete a Terni quand vous voudrez. Non ci pensate.
No; Giacomino non ci pensava: ma quelle cinquecento lire—anche lui non diceva mille per esser proprio sicuro—a mano a mano gli rischiaravano l'orizzonte, e mentre la Fanny gli sorrideva, abbottonandosi l'altro stivaletto e monsieur Crispì continuava a ciangottare nel gozzo: Saccorrotto, saccorrotto, egli mentalmente distribuiva quel denaro fra i creditori più seccanti.
Centosessanta al cameriere del caffè del teatro; duecentocinquanta all'orefice, quello dell'anello di brillanti; il resto per un acconto alla Ville de Paris…
—E dunque?… gli domandò, dopo un momento, il cavallerizzo.
—Che cosa?
—Accettate?
—Se è per farvi piacere, qua la mano!
E non essendo affatto un minchione, Giacomino assunse, alla sua volta, una cert'aria d'importanza e di protezione.