—Io faccio una… cortesia a voi: voi fate una cortesia a me. Compris? No? Adesso vi spiego l'affare; sedete.

Giacomo restò in piedi, sempre guardando, con tanto d'occhi, monsieur
Richard.

L'affare era semplicissimo. Un forte capitalista, il signor Facchinetti, era contentissimo di scontargli una cambiale per due, tremila franchi: in un altro momento anche cinque! anche dieci! Tutto quello che voleva.

Il Richard, sorridente, riempiva la pipa colle sigarette che il generale aveva regalate a Fanny, e nel parlare faceva lunghe pause, perché il buon amico Trebeschi capisse tutto, ben chiaro.

—Io gli ho detto: Signor Facchinetti, la mia firma vi basta?—La vostra firma? Crénon! Per me, basta la vostra, parola. Ma devo scontare anch'io alla Banca: oltre alla vostra, datemene un'altra, qualunque sia, per formalità; è la vostra che conta.—Très-bien! Accettate quella, del signor Trebeschi?—Trebeschi?… Mai sentito nominare: lo conoscete voi? E allora basta. Affar fatto.—E Richard, a questo punto, si mise a ridere come un matto.

Perché rideva in quel modo?… Perché? L'amico Trebeschi non capiva?

—Perchè la firma, Giacomo Trebeschi» è una firma semplicamente… decorativa: non siete ancora maggiorenne! Voi perciò non correte alcun rischio. E non mi dovete ringraziare. Il signor Facchinetti mi dà tremila franchi? Mille sono per voi. Me ne dà duemilacinqueceinto? Crénon! Cinquecento sono per voi.

—La cambiale è a tre mesi?—interruppe Giacomino.

—Oh no; non ho voluto io per risparmiare l'interesse: anche troppo quindici giorni. Appena a Borgo San Donnino, mando uno chèque al Facchinetti, e ritiro la cambiale.

—E le mie cinquecento lire?—replicò Giacomo, perplesso.