—Vous êtes un malin!—esclamò in fine la Schönfeld, alzandosi di colpo.—Andate ad aspettarmi nel salotto. Vi devo parlare.
—Perchè mandarmi via?—E il Casalbara continuava ad adocchiare il contessone tremolante sotto l'accappatoio.—Perchè non posso star qui?
—C'est joli ça! Perchè mi devo vestire.
—Allora non mi muovo!—E il duca sedette sopra una poltroncina bassa, vicino allo specchio, mentre padrona e cameriera gridavano più forte, prendendolo una da una parte, l'altra dall'altra, per tirarlo su, per spingerlo fuori.
Il buon vecchio resisteva; non voleva.
—Lasciatemi qui!… Terrò aperto un occhio solo!
—Vergognoso!… Se lo sapesse la povera signorina Nora!—strillava la cameriera.
—Non deve saper niente! Non le diremo niente!
—Caaro da Dio!—strillava anche la padrona,—credete che io mi accontenterei di dividere? Pas du tout, mon cher! Allons! Allons!
E siccome l'altro, spinto fin sull'uscio, voleva ancora fermarsi, la Schönfeld, coll'accappatoio tutto aperto, svolazzante, prese il piumino della cipria e passandolo sul naso e sulla faccia del Casalbara, lo fece scappare nel salotto. Ma lo raggiunse quasi subito; appena ebbe infilata una vestaglia rossa, mentre stava ancora allacciandola e abbottonandola: