—Ho fame! Ho fame!—Poi gridò, chiamando e voltandosi verso l'uscio della cucina:
—Gioconda! Presto! La colazione!
—La Gioconda,—rispose Evelina, senza alzare il capo nè la voce,—la Gioconda l'ho mandata adesso alla posta. Torna subito.—E continuò a scrivere, curva, tutta addosso alla tavola, colla faccia sulle cartelle.
Nora, stizzita, si sbottonò d'un colpo, con una sola strappata, la giacchettina blu dagli occhielli un po' logori, poi brontolando, cominciò a camminare in su e in giù per la saletta.
Quanto più la Gioconda tardava a venire, tanto più Nora diventava rabbiosa, e il suo viso così fresco e roseo, sotto il gran volume dei capelli biondi, il bel visino spirante una leggiadrìa tutta infantile e che risaltava piacevolmente per lo splendore magnifico della persona alta e rigogliosa, si alterava, appariva contraffatto.
—Tu per altro, gioia! tu l'hai fatta colazione!
Anche la voce, non era più la solita, dalle calde modulazioni; era divenuta disarmonica ed aspra.
L'altra intanto, calma, indifferente, continuava a scrivere, rannicchiata, bassa, quasi col naso sulle cartelle.
Evelina lavorava così le intere giornate, occupando sempre il suo solito cantuccio della tavola da pranzo dove nel gran disordine di quella gente si ammonticchiava in un batter d'occhio coi libri, coi giornali, colle lettere, tutta l'altra roba che entrava o aveva finito di girare per la casa.
Sopra un fascio di bozze c'era ancora un piatto col bicchiere e col tovagliolo di Evelina: tutto sotto l'attenta e immobile sorveglianza di Numa, il gattone rosso. Ed era stata appunto la vista di quella roba, del piatto col bicchiere e col tovagliolo, la vera cagione della stizza, dell'ira crescente di Nora.