—Vado adesso.—E presa la busta grossa di pelle, vi mise dentro molte carte e il libro dei chéques.
—Cuanti tisortini a Primarol! Carnefalata finisce a legnat!
—Come lo sa, lei?—gli domandò il signor Galli, voltandosi di colpo, fissandolo.
—Un dispaccio dell'Italia. Chiamato rinforzo truppa—disordini gravi, feriti.
Il signor Galli cercò subito il giornale, lesse il dispaccio ansiosamente, febbrilmente.—Bisognava provvedere subito! subito! subito!
Il Kloss, si fregò le mani, con un saltetto.
—Grande carnefalata stà per finir….—Poi si avvicinò al signor Ambrogio e tirandogli un bottone dell'abito gli disse con una cert'aria di mistero:
—G'hoo i mè itei, i mè progett, i mè reson. Quand mi volessi una cosa, mi arrivassi sempre al mio scopo. Occi o toman verrà certo a Milano, cuella matama in cerca te tanée. Se la scrive a lei de folerti parlar, lei, signor Galli, lavarsene i man: risponder niente—non farsi fetere. Ma supito afertime mì…. e cito con tutti! G'hoo i mè itei, i me progett, i mè reson.—E sghignazzando e scherzando, concluse che alla pellissima catta, appunto in quei giorni, aveva finito di tagliar le unghie.
Il signor Galli lo guardò stranamente e se ne andò senza salutarlo.
—E il danaro?—pensava, continuava a pensare lungo la strada, poi alla banca, facendo delle somme che non gli riuscivano mai,—e il denaro dev'essere soltanto di pochi, deve essere di costoro! E deve servire a simili canagliate! Che canaglia!… Che sfacciato!… Che canaglia!… Ma che cosa pensa di me?… Che cosa crede di me? Crede di avermi comperato? Crede che io sia il suo mezzano?… Buffone! Io sono un galantuomo e un uomo libero…. padrone di me, del fatto mio, della mia volontà…. della mia firma! Appena torno da Torino, le mie dimissioni! Un tozzo di pane, per me, lo troverò dapertutto.—E in quel momento, non si ricordò della moglie nè del bambino. Pensava invece al signor Gatti.