—Ma l'ho dovuta pagare io e toccava a lei!—replicò il Brunetti sbalordito dalla logica del Direttore.—Io ho dovuto correre come un matto per trovare le diecimila lire e farmi strozzare.

—Tranne per il disturbo che vi siete preso, e del quale vi sono gratissimo, per tutto il resto voi non dovete perdere nemmeno un centesimo.—Io vi farò subito un nuovo effetto che voi potrete scontare.

—Sicuro, se ci metterò la mia firma; come l'altro. E per essere da capo con lo spavento di un protesto! No, no; lei mi rilascierà una cambiale e la terrò io nel mio portafoglio: ma si ricordi, alla scadenza non voglio chiacchiere!

—Come volete,—rispose Cantasirena, affermando anche col capo, con gentile accondiscendenza.—Del resto, caro Brunetti, credete ai vecchi! Il commercio, non è un giuoco d'azzardo: bisogna mantenersi calmi per essere avveduti. Voi siete troppo diffidente, e vi lasciate troppo impressionare. Ma pensate, benedett'uomo, quanti dolori, quante disgrazie vere ci piombano addosso tutti i giorni, senza andarne a pescare delle immaginarie e farci del cattivo sangue anche per quelle che ci potrebbero capitare! È il vostro difetto; è un difetto che vi fa danno, appunto per il credito del quale dite di aver bisogno. Vi vedono spaventato? Anche gli altri si spaventano. È naturale!—Poi, cambiando tono di voce e avanzandosi sul seggiolone gli domandò a bruciapelo:—Volete guadagnare centomila lire?

—Io?

—Sì, voi. E mettere il vostro nome in evidenza? E concorrere ad un'opera colossale, che formerà la ricchezza e sarà la gloria del paese?

—Lei, tutti i giorni, ne inventa una nuova!—brontolò il Brunetti con un atto di stizza; ma invece di andarsene, sedette sopra uno sgabello che era accanto alla scrivania, vicino al Direttore. Questi, sdraiandosi, allungandosi nel seggiolone e con un colpo forte battendo il palmo delle mani grasse sui bracciuoli, ripetè ancora, socchiudendo gli occhi, sorridendo con un fare da milionario, da Rothschild:—Cento-mila-lire!

—Tutti i giorni ne inventa una nuova!—tornò a ripetere il Brunetti a mezza voce, allungando il collo: non voleva credere, ma voleva sentire.

Cantasirena si voltò, si rivoltò, rimanendo lungo sdraiato come fosse in letto, e guardò il Brunetti senza parlare; poi cominciò a fare i suoi sfoghi, le sue confidenze:

—Il giornale, omai, era ridotto un semplice notiziario, una serie di dispacci. Non lo si faceva più col talento, ma coi denari: poteva avere ancora una grande diffusione, ma aveva perduta ogni influenza.—In politica?… Appassionarsi? Lottare? Combattere? Per chi?—Piccoli galantuomini, poveri d'ingegno, piccoli marioli privi d'audacia. Non un popolo di liberi, ma di liberti, sempre in cerca di un nuovo padrone.—E la rappresentanza nazionale? Non più un Desmoulins, appena qualche Mirabeau senza eloquenza!—E in arte? La macchinetta delle fotografie istantanee, sostituita ai voli, alle creazioni del genio!—Caro Brunetti, io mi ritiro dal giornalismo, dalla politica: sono vecchio e non ho più tempo da perdere. Voglio migliorare la mia condizione; lasciare uno stato alle mie figliuole, e il mio nome alla gratitudine di un popolo.