Ci fu un momento di pausa, poi rizzandosi a un tratto più alto, più largo, più maestoso:
—Volete stare con me? Da un grande dolore…, una grande idea. Il mio povero Fara-Bon è morto: dobbiamo essere noi, i raccoglitori e gli esecutori della sua grande eredità intellettuale?—E soggiunse sottovoce, parlando con una lentezza grave, mettendogli una mano sul braccio e stringendolo sempre più forte.
—Dobbiamo essere noi?…. Noi due soli, i padroni del campo?
Il Brunetti rimaneva muto; ma si vedeva la sua mano muoversi nervosamente nella tasca dei pantaloni.
—Dunque?
—Dunque, che cosa?
—Sì o no?
—Intanto…. io non so nemmeno di che si tratta!—rispose il Brunetti con un'alzata di spalle. Aveva paura di Matteo Cantasirena…. ma aveva anche paura di perdere una buona occasione….—E prima di tutto, intendiamoci bene,—esclamò con forza.—Io non anticipo un soldo! assolutamente! Non anticipo un soldo!
Il Direttore sorrise crollando il capo, in atto di compatimento; poi, restando sempre sulla poltrona, si avvicinò quanto gli fu possibile, faccia a faccia al Brunetti, e cominciò con un grosso sospiro:
—È destino comune degli uomini di genio, Aristide, l'Alighieri, Camoens, Fulton, Fara-Bon, che le loro grandi idealità, le loro grandi scoperte, le loro grandi invenzioni, debbano imporsi e trionfare soltanto dopo la loro morte!—E continuò a parlare, a parlare, a parlare sempre faccia a faccia col Brunetti, fissandolo negli occhi, magnetizzandolo, ipnotizzandolo collo sguardo vivo, acuto, sfavillante, accarezzandolo, lusingandolo colla blandizie del sorriso amabile, confidenziale, ammaliandolo quasi coll'incanto della voce morbida, insinuante, tentatrice.