Remigia cammina su e giù battendo i piedi a tempo di marcia e sonando la trombetta con la mano alla bocca: — Teè, tè, teretetèe, tetè!... È un antenato e un Tintoretto!
La Piccola ride, poi ricomincia a girare e a sonare la marcia dell'Aida.
— Allora... il grande campione del Maloja! Sir Wood, l'irresistibile!
Remigia si ferma ritta, di colpo, dinanzi a Giacomo. Non ride più; si arrabbia:
— Mi seccate, — capite? — con la vostra smania di maritarmi! Siete peggio di mammà! Io secco voi?.. No, vero?... Dunque, lasciatemi in pace!
Giacomo si scusa:
— Non interpretate così male le mie parole, e soprattutto, la simpatia, il bene che realmente vi voglio. Io non desidero che la vostra felicità, e vorrei renderla possibile, anche per quanto sta in me, secondando il vostro cuore, i vostri desideri.
— Volete secondare i miei desideri? Proprio?... Fate una cosa sola: discorsi di matrimonio, più! E capitemi, cioè — si corregge subito, quasi spaventata — credetemi; credetemi quando vi dico questo: — la fanciulla seria, risoluta, aggrotta le ciglia. — Io non darò mai, mai a mammà la grande consolazione di vedermi impalmata! — Ciò detto, un'altra risata, e si rimette in marcia. — Tereteteè, tetè! — Andiamo; al tennis!
Giacomo prende il cappello e fa per avviarsi. Remigia si ferma di nuovo.
— E la zia Gioconda?... Fatemi vedere il ritratto.