Remigia, appena lo scorge da lontano, batte i piedini e sbuffa, mormorando all'orecchio del baröne simpaticöne:

Ah, mon Dieu! Mon Dieu!... Anche il bell'Apollo! Non si può più vivere un momento soli, in pace, nemmeno nelle ore antelucane!... È una persecuzione feröce!

Il Danova, che già aveva aggrottate le ciglia ispide e folte, si acqueta e si consola. Ma poi, la mattina dopo si torna da capo:

Ah mon Dieu! Mon Dieu! — Ecco monsieur Malot con la scorta dei fiori alpestri, ecco Lothar Schmidt, con la raccolta delle poesie tedesche e, a mano a mano, — Ah, mon Dieu! Mon Dieu! — ecco prender posto sulle panchine verdi e affollarsi attorno alla rete del tennis tutto il rumoroso coro dei giovinetti e dei giovinotti aggraziatini e impomatati.

Remigia, al solito, per il quieto vivere comune, li prende in canzonella a uno a uno e si diverte un mondo! Con uno sguardo languidetto a sir Wood, con un furbo sorrisetto a monsieur Malot, un complimento lusinghiero a Lothar Schmidt, un'occhiataccia minacciosa a Totò e, finalmente, lasciandosi stringere quando capita e anche pizzicare da papà Faraone, riesce a tenerli fedeli, sul proprio altare, tutti in riga come moccoli e tutti accesi.

E sta sempre in guardia, preparata per qualunque evento. Un bel giorno — che è? che non è? — un principio di ammutinamento. I corteggiatori della duchessina non sono più gelosi l'uno dell'altro, ma tutti insieme sono gelosi di Sua Eccellenza.

Remigia non ride, non sospira, non si arrabbia. Cambiamento di tattica. Il suo occhio diventa serio, profondo, pieno di misteri.

— Non avete ancora capito? Non avete capito niente?... Possibile?...

Quel «peso morto» del cognato-eccellenza, le è imposto da sua sorella!

— Oh, le grandi perfezioni!... Le vittime quotidiane!... Ma basta! Cito! Cito! — Remigia alza gli occhi al cielo e chiude la bocca fresca e rosea, con la manina innocente.