Soltanto il povero Totò, diventando più pallido ogni giorno, e più stravolto, rimane fedele anche vedendosi trascurato e dubitando di essere tradito. Soffre solo e in disparte, seduto a digerir le lune, su di una panchina solitaria. Non parla, non mangia, non beve, e con la pipa, sempre stretta fra i denti, non fuma.
Mentre Din e Don slappano allegramente, il signor Trüb vanta il clima di Villars e non più il fresco delizioso, ma il tepore ricreante della miglior epoca della stagione, dal quindici di settembre al quindici di ottobre, poi, finito il pasto se ne va, e Giacomo e Remigia conducono i due cani a fare il solito giro in giardino.
Remigia è malinconica; ha l'aria mortificata. Cammina adagio, a testa bassa e sospira.
— Partiremo presto da Villars? — domanda a un tratto, con un fil di voce, senza alzare il capo.
— Non so, risponde Giacomo. Luciano non si fa vivo! Il signor Zaccarella gli ha scritto apposta per domandargli in proposito le sue istruzioni e potersi regolare. Ha risposto chiedendo ancora danaro e niente altro.
Remigia, dopo qualche passo in silenzio, fa un nuovo sospiro.
— Ormai... desidero, quasi, di partire da Villars.
— Perchè?...
— Così!... — Dà una lieve alzata di spalle e si ferma su due piedi, guardando lontano Din e Don, che si rincorrono a salti e fanno le capriole nell'erba alta e folta.
— Perchè così? — insiste Giacomo. — Che cosa volete dire?