I due piccoli barboncini neri, sempre legati insieme con la catenella d'argento, si chiamano così: l'uno Din e l'altro Don: Din-Don.

— Si poteva... all'albergo... dar da bere ai cani! — borbotta lo Zaccarella, abbastanza forte per essere inteso.

— Idola! Idola mia! Fa presto!

— Andiamo Pïccola! Da brava! Non farti sempre aspettare!

— Va pure, — mammà! Andate pure a Bex!... — strilla un voce dal caffè. — Io resto qui!

— Come, resti qui? — La duchessa è inquieta e sorpresa.

— Non far capricci! — insiste donna Maria. — Non vedi? Lo zio Rosalì è da mezz'ora che sta prendendo l'acqua per te!

— Andate pure! Ho detto di an-daa-re! — ripete cantarellando la duchessina che si affaccia sotto la tettoia. — Io resto qui!

Din e Don, sempre legati insieme, s'intende, sbucano, intanto, tra le casse e i bauli e si mettono a correre dall'una all'altra delle due carrozze, mugolando, scodinzolando e diguazzando nella mota, facendo salti e capriole per poter salire.

— Pasquale! Prendete queste due bestiacce!... Su! Cacciatele sull'omnibus!