— Ha fatto benissimo!
Il signor Zaccarella corre avanti e chiama il cocchiere del primo landò. Il capitano non si mostra molto sensibile alle lodi e alle approvazioni della duchessa Cristina e del principe Rosalino. Egli sa, per prova, che tutta quella gente — signori e servitori — deve, poco o tanto, dipendere da lui. È in lui, in fatti, nel signor Zaccarella, che è trasmessa la volontà e il governo della cassa forte, del resto sempre aperta, del vero, del solo assoluto padrone, — perchè è il solo che abbia i milioni, — di don Luciano D'Orea.
La duchessa Cristina e donna Maria sono già in carrozza. La madre, Cristina Moncavallo di Sant'Enodio di Carpino — duchessa, principessa e marchesa — pur nella sua florida maturità conserva i tratti delicati, finissimi della figliuola; i capelli bianchi ondeggiati, — bianchi d'argento, come la bella e lunga barba del principe Rosalino, — risaltano maggiormente per la rosea freschezza del viso, per il nero del vestito e raddolciscono la sua aria di signorilità severa, quasi regale.
— E Remigia?... Dov'è?
— Era qui adesso; in questo punto! — risponde lo zio Rosalino, ritto di fianco alla carrozza, con l'ombrello aperto.
— Idola! Idola mia! — chiama forte la duchessa.
— Totò! Mademoiselle! La Pïccola? Non avete veduto la Pïccola? — Donna Maria spinge il capo dallo sportello verso la seconda carrozza.
— Era qui, adesso! — Totò, il figlio del principe Rosalino, risponde come il babbo, ma con più flemma.
È un ragazzotto lungo, smilzo, biondo, per fortuna sua, e perfettamente sbarbato come i servitori. In knickerbockers color nocciuola, fermo, impassibile dinanzi alle carrozze, prende anche tutta l'acqua, pur di essere scambiato per un inglese puro sangue.
— È in caffè, la duchessina Remigia! È in caffè! — accenna appunto la signora che era stata chiamata mademoiselle da donna Maria. — È andata con la contessina Mimì a dar da bere a Din e a Don.