Quel demonietto di donnina saluta mettendosi ritta, in posizione militare, con l'alpenstok a mo' di fucile e la mano al cappello.

— Maledetta piccola! — borbotta il signor Zaccarella, sdraiandosi nella carrozza dov'è rimasto solo, e che parte al trotto, seguendo il landò della duchessa. — Maledetta piccola! — Non la può soffrire perchè lo chiama capitano, per pigliarlo in giro, e perchè ella se ne infischia allegramente di ogni sua autorità. Nessuno, del resto, incute a Remigia soggezione e rispetto. Nessuno; nemmeno sua madre. La duchessa Cristina, che era sempre stata ed è tutt'ora assai severa, fin meticolosa verso donna Maria, non avrebbe mai osato di fare la minima osservazione all'Idola, che, del resto, è proprio il suo idolo! E nemmeno don Luciano! Don Luciano, quanto è largo di quattrini con sua moglie e con tutti i parenti di sua moglie, altrettanto è facile agli sgarbi, alle scenate, agli atti di prepotenza: ma contro la cognatina, non c'è verso di poterla spuntare!

— Maledetta piccola! — borbottava Luciano con il fido Zaccarella. — Ci vorrebbe un altro sistema di educazione! Il sistema adottato per Din e Don: zucchero e... frusta! — Ma la frusta resta, naturalmente, una figura rettorica e così la piccola finisce per avere anche da «quell'odiosissimo» di suo cognato, soltanto lo zucchero!

— Se credi di farmi piangere come mia sorella, ti sbagli, sai! — aveva detto Remigia a don Luciano, la prima volta che si erano accapigliati. — A me non fai paura, perchè ti conosco bene!

Gli occhietti dell'Idolo non ridevano più, azzurri e sfavillanti: lo fissavano impavidi, con una durezza, con una freddezza d'acciaio. L'altro sentì scendere nell'animo cattivo quell'occhiata cattiva. Ne rimase sconcertato e voltò la cosa in ridere.

— Chi dovrà godersela costei starà fresco!... Meglio, molto meglio sua sorella, con tutte le sue nenie! Con sua sorella, con mia moglie, comando io! Che diversità dall'una all'altra!... Come tra una bottiglia d'inchiostro... e un bicchiere di champagne!

— Don Luciano ha ragione!

Remigia è bionda e piccola, rosea e magrolina; è tutta un sorriso e un argento vivo. Maria Grazia, alta, forse troppo alta della persona flessuosa e gentile, ma di un'eleganza armonica, ha i capelli neri bruniti, lucenti; e gli occhi nerissimi, i begli occhi nerissimi e profondi, sono pieni di pensieri e di malinconia. C'è più di un'anima in quegli occhi; c'è la poesia del dolore.

La D'Orea non ha ancora ventisette anni e ne dimostra trenta; l'Idola ne ha venti e in certi giorni di maggior vivacità e turbolenza ne dimostra quindici!

Insomma il contrasto tra le due sorelle è così vivo e così strano, che i pochi fedeli adoratori i quali assolutamente non permetterebbero un dubbio sulla rigida virtù della duchessa Moncavallo spiegano il prodigio assicurando che donna Maria Grazia assomiglia alla madre, quanto Remigia assomiglia al padre... morto, da vari anni, di paralisi progressiva, ma che, per altro, non era mai stato, in vita sua, nè piccolo, nè biondo, nè prepotente.