— Mio marito sta benissimo! — dichiara pronta Remigia. — Non è mai stato tanto bene!

— Non ci devono essere delicatezze spinte, esagerate, nè verso... le idee, nè verso i colleghi. E sopratutto bando, — permette donna Remigia che io parli chiaro e franco? — bando ai puntigli, alle schifiltosità e all'intransigenza. Oggi è venuto il momento nel quale il partito dell'ordine non deve espellere, ma assorbire!

— Ma sì! Ma sì! Proprio così! Non è vero, contessina? — Il conte Narciso diventa più tenero, le modulazioni della sua voce, più improvviso. — Dica, parli, santo Guìo! Perchè non parla, cattivina, cattivona?!...

Ma questa volta, in tutta la serata, il conte Narciso non fa la corte nè a donna Remigia, nè alla contessina Mimì. Non è tempo di sdilinquirsi in complimenti. La Patria, il Re e l'Ordine, dànno ben altro da fare. Si tratta di comporre la lettera che la duchessa Remigia deve scrivere a Giacomo: il momento è solenne; il Jack, non usa più. Remigia, docile, assai remissiva, ascolta con il bel visino attento, serio serio, i consigli e i suggerimenti dell'avvocato, le osservazioni e le raccomandazioni, sempre opportune e giudiziose di Mimì, le approvazioni e le disapprovazioni, i «Sì! Sì! Sì!» e i «No! No! No!» del conte Gambara. Si tratta di salvare l'Italia, e anche il conte Gambara ha diritto di dir la sua!

La parte della lettera che viene elaborata e discussa è, s'intende, la parte sostanziale, quella che riflette le condizioni politiche e gli obblighi dell'uomo di Stato.

— Lei, poi, donna Remigia, — soggiunge l'avvocato Berlendis con un sorrisetto salace che gli accende ancor di più il viso lustro, e sgranando gli occhiacci ingranditi dalle lenti, — lei poi... al resto, tocca a lei. Le paroline tenere tenere, le paroline che persuadono, che commuovono, che... conquidono, che... promettono... Tocca a lei!

Il conte Narciso s'immagina queste parolette e va in solluchero. — Chi sa! Chi sa! — Poi diventa geloso. — Cattivina, Cattivona!

Oltre al bene inseparabile della Patria e delle Istituzioni, c'è pure il bene loro, altrettanto inseparabile, che spinge lo zelo politico dell'avvocato Berlendis e del conte Narciso. Ministro Giacomo D'Orea, Ciro Berlendis è sicuro di ottenere nuovi fondi per il Vespertino, di cui è stato il fondatore, ma rimane il gerente e l'amministratore invisibile; ed è sicurissimo, per parte di donna Remigia, di poter ficcare lo zampino nel Ministero e così avvantaggiare il proprio studio di avvocato e spadroneggiare su Bologna. Il conte Gambara, con donna Remigia ministressa, non dubita nemmeno di non dover essere alle prime elezioni il candidato del Governo a Regolina, il suo collegio, come dice lui «nativo di padre in figlio e di competenza». Con donna Remigia ministressa, a Roma, lui pure è in prima linea nel mondo politico e nel mondo elegante. Sente già un piacevole ronzìo nelle orecchie:

— Chi è? Chi è? Ma chi è quel bel giovane bruno?... È... sst... l'amico intimo della moglie di Sua Eccellenza! — E spera. Chi sa? Una volta raggiunto il potere lei... — in una grande città, lungi dagli occhi dei Ponterenesi, — perchè non potrebbe averla in suo potere, lui!

— Carina! Carina! È oltremodo stimolante!... Anche la Mimì Carfo, però però!.. Anzi, più appetitosa assai e più resistente per il consumo quotidiano! Ma, ma, ma! Con le ragazze non si arriva che per via del matrimonio; al matrimonio non si arriva che per via della dote... Come si fa, santo Guìo! Come si fa?