— Battutissimo! — strilla il conte Narciso.

Donna Remigia sembra un po' titubante. Indica, all'avvocato, tutti i giornali portati da Bologna dal signor Zaccarella sfogliati e buttati, ancora aperti, sulle seggiole, sul tavolino, per terra.

— Ho cercato... Ancora non c'è niente!

— Battutissimo!.. Battutissimo!.. — ripete l'avvocato, per distruggere la leggera nube. — Nel venir qui ci siamo fermati un momento all'ufficio del Vespertino. — È il suo ultimo nato. — Avevano appena appena ricevuto il telegramma da Roma e andavano in macchina: Novantotto voti sopra circa quattrocento votanti: una catastrofe!

— Sadowa! Donna Remigia! — Sadowa! — Il conte Narciso ha una bella vocina che avrebbe mandato in visibilio il maestro Mustafà. — Sadowa! Sédan!

L'avvocato diventa serio e grave, come richiede il grave momento. Si leva un piccolo fazzoletto bianco sudicio dalle tasche dei calzoni e tenendolo stretto, raggomitolato nella mano grossa, pelosa, se lo passa più volte in giro sulla faccia gocciolante.

— Adesso, ci siamo. Tocca a lei, duchessa Remigia!

— Sì! Sì! Sì! Tocca a lei, donna Remigia! Ma sì! Ma sì! Precisamente a lei! — Il conte Narciso puntando forte un piede per terra, solleva un po' la seggiola da una parte, vi si allunga sopra piegandosi e avvicinandosi verso Mimì. — Non è vero, contessina? Non le pare, contessina? Ma sì! Ma sì! Proprio così! Adesso tocca a donna Remigia!

— Lei deve persuadere suo marito che oramai... non è più padrone di sè. Non può più schermirsi, nè tergiversare! — L'avvocato suda più di prima; si caccia in tasca il fazzoletto e si asciuga con il dorso della mano. — Come i suoi amici, il partito, il paese, hanno diritto di fare sicuro assegnamento sulla sua partecipazione al Governo, sulla sua esperienza, sulla sua intelligenza; egli ha il dovere imprescindibile di non mancare alla chiamata!

— Non ci sono più scuse nè pretesti: bisogno di riposo, la salute...