Remigia, seduta dinanzi allo specchio, salta di gioia sulla seggiola. È tornata di buonissimo umore. Nel bianco accappatoio, con tutti i capelli biondi, sciolti, che l'avvolgono, la coprono, e dai quali non spunta che il visino fresco, roseo, scintillante, è una bellezza, uno splendore, un amore. Sempre saltando sulla seggiola si mette a cantare:

— Battuto! Battuto! Battuto!.. Il ministero è stato battuto! — Ritorna seria a un tratto: — Mimì, devi pregare tanto per me. Ascolta una messa di più e prega secondo la mia intenzione.

— Sì, cara! Sì, certo! — risponde Mimì accesa del suo grande fervore.

— Prega, che lo facciano ministro degli Esteri. Se gli danno gli Esteri, io sono felice! — Torna a saltare sulla seggiolina: — Felice! Felice! Completamente felice!


L'avvocato Ciro Berlendis e il conte Narciso Gambara, arrivano tutti e due, in punto per il caffè. Remigia e Mimì Carfo sono in giardino: hanno appena finito di pranzare.

— Il conte Narciso è stato tanto amabile da offrirmi un posto nella sua carrozza; posso dire con esattezza: son venuto volando.

L'avvocato, sempre stile régence con le signore, bacia prima la mano alla duchessa Remigia, poi stringe lungamente quella della contessina Carfo, accarezzandola. Il conte Narciso Gambara ha portato un superbo mazzo di fiori, che divide fra le due signore.

Il conte Gambara e l'avvocato Berlendis stanno bene insieme, tanto sono diversi l'un dall'altro. L'avvocato, piccolo, tombolotto, con un faccione tondo, rossiccio, lentigginoso, la barba sotto il mento e gli occhiali alla Cavour, somiglia in caricatura, un po' a Cavour, e suda, suda, estate e inverno, sempre vestito di nero, sempre con la cravattina bianca di sbieco e le scarpe coperte di polvere o di mota. Il conte Gambara, elegantissimo, in tutto punto, secco secco, ha un nasone enorme, aquilino, che gli taglia mezza la faccia, dalla radice della scriminatura fonda, fra due ali lucenti di corvo e i baffetti irti. Guardata davanti, di profilo e anche di dietro, di questa testa non si vede che il naso: di questo bel giovane e fremente monarchico, non resta impresso che il naso.

— Dunque ci siamo! — esclama l'avvocato.