La sovrana di Pontereno, con tutta la sua politica e con tutti i suoi giornali, in fatto di socialismo è ancora alle prime nozioni confuse e sbagliate. Ella crede dunque, che Giacomo debba essersene di già accorto, e molto, del socialismo del fratello, senza aspettare la Camera nuova, dai conti di cassa dell'amministrazione D'Orea. Ma di ciò, adesso... cito. Le fa troppo comodo la compagnia di suo cognato. Adesso non vuol leticare. Sarà per un'altra volta; per il primo giorno di lune! Oh, allora, senza voler entrare in certi argomenti, ma lo dovrà scontare il socialismo!.. Altrochè!

V.

Giacomo D'Orea, dopo aver prese con il Presidente del Consiglio e con gli altri suoi colleghi tutte le disposizioni necessarie per le sedute della Camera e del Senato, trova ancora una mezz'oretta di tempo e fa una scappata all'albergo di Roma, a salutare sua moglie.

Più che un piacere, è per Giacomo uno scrupolo di compitezza e forse, chi sa?... anche di coscienza, tant'è vero che quando sente da Mimì che Remigia non c'è, prova un senso di sollievo.

— Non c'è?... Come mai?... Dov'è andata?

— È venuto don Luciano, e l'ha condotta a colazione al Grand hôtel!

Mimì Carfo, si accorge che a udire il nome del fratello, il signor D'Orea si rannuvola e si affretta a difendere l'amica.

— Don Luciano ha tanto insistito... e anch'io! Con le camere sossopra, non aveva nemmeno un posto da sedere. Don Luciano, voleva condurla in automobile fino a Porto d'Anzio, ma Remigia s'è perfino arrabbiata! Desidera tanto di vederla e d'abbracciarla, signor D'Orea!

Il salotto è messo in bell'ordine: i ritratti di famiglia, quello di Giacomo, della duchessa Cristina, del principe di Sant'Enodio, di Maria Grazia sono tutti a posto. Giacomo si lascia cadere, come affranto, sopra una poltrona e i suoi occhi, involontariamente, si fermano sul ritratto di Maria.

La contessina Carfo, ancora un po' rossa per tutte le bugie che ha detto, si avvicina a Giacomo, gli prende la mano e gliela stringe forte, replicatamente.