— A che fare alla Camera?
— A sentirti parlare!
— Io non parlo, — borbotta Giacomo stizzito.
— Allora... per vederti tacere! — Remigia scatta con impeto. Non ne può più! — Ma che hai? Che cosa ti ho fatto?... Si può almeno saperlo? — Gli occhi dell'Idola si riempiono di lacrime, e di riscontro anche quelli di Mimì.
Giacomo prende in mano il cappello a cilindro, che ha messo sopra una seggiola, e comincia a lustrarlo con la manica.
— Niente, mi hai fatto! Che cosa vorresti avermi fatto?
— Ma sì! Mi parli... soltanto per contraddirmi e per strapazzarmi! Fai certi occhi, guardandomi, come se mi volessi mangiare! Vorrei almeno sapere che grave colpa ho commessa! Forse perchè sono andata a colazione con Luciano?... Di' la verità: ti ha fatto dispiacere?
— A me? — Giacomo si stringe nelle spalle. — Nè piacere, nè dispiacere. È cosa, del resto, che tocca più te che me e le cose vanno prese... come si sentono. Luciano, marito di tua sorella, è saputo e risaputo, che è a Roma per... Sai bene per chi, e tu trovi la cosa indifferentissima! Anzi, Luciano ti diventa sempre più simpatico! Accetti i suoi inviti; dividi con lui le emozioni automobilistiche... Benissimo! Ciò è affar tuo, ti riguarda, e risponde perfettamente al tuo modo di sentire.
Il cappello è diventato lucido come uno specchio, ma Giacomo continua a fregarlo e a lustrarlo, mentre dagli occhi irati di Remigia spariscono le lacrime. Mimì cerca di abbracciarla, di accarezzarla. Ella non ne vuol sapere:
— Lasciami stare! — Si avvicina a Giacomo, gli strappa il cappello di mano e lo butta sul canapè. — Ho capito! Si sa! Doveva entrarci mia sorella! Sempre mia sorella!