— A Sua Eccellenza... D'Entracques! — La marchesa si tira Remigia più vicina mormorando, sempre sottovoce, assai maravigliata: — Diventi rossa?... Come, come, come?... Diventi rossa?

Remigia che si sente bruciar davvero fa una grande risata per rimettersi, mentre alzandosi in punta di piedi bisbiglia all'orecchio dell'amica:

Retour de jeunesse et retour d'Amerique?... Ah no, mia cara! Quale scusa potrei avere per mio marito? — Scioglie la mano e scappa via, infilando lo scalone.

L'avvocato Ciro Berlendis e il conte Narciso Gambara aspettano la duchessa Remigia da oltre un'ora. L'avvocato intanto, — lestezza e pulizia, — si leva la polvere e il nero del carbone dalle scarpe, dall'abito e dalla faccia, con lo stesso fazzoletto; e il contino Gambara guaisce con Mimì Carfo.

— Ma sì! Ma sì! La nostra duchessa Remigia non ci vuol più bene! Cattivina, cattivona, cattivaccia! Ma sì, ma sì, santo Guìo! Aspettare e non venire! Lei, invece, è un angelo, contessina! Proprio così!

— Remigia! Remigia! — La Carfo sente battere con gioia il tic tac dei passettini veloci. Ella è in pena per quel ritardo che può far sembrare la sovrana di Pontereno poco premurosa verso i suoi buoni amici di Bologna.

Remigia entra sorridendo.

— Eccomi! A voi! E tutta vostra, finalmente! — Così dicendo stende le due mani che il Berlendis ed il Gambara si affrettano ad afferrare, una per ciascuno, e a baciare replicatamente.

— L'ho detto io che sarebbe venuta subito! — esclama Mimì dandole un bacio nel levarle il cappellino.

— Subito, subitissimo... dopo un'ora! — Il Gambara abbassa il bel nasone fino a premerlo quasi contro il petto, mentre raggrotta la fronte e fa il verso d'un bambino imbronciato. — Oh, vergogna, vergogna!