— Vuole che le racconti un fatto curiosissimo?... Io sono arrivata alle vicinanze del secolo, senza aver visto l'amore, proprio in faccia. Corpo e anima, io sono ancora una ragazza da marito... completamente! — Un'altra risatina, poi la vecchierella diventa a mano a mano seria e grave. — Miracolo! Un miracolo della divina Provvidenza!... — Sì; vero miracolo e vera Provvidenza! Perchè di amore, cara signora duchessa, lei non lo sa, come non l'ho mai saputo nemmeno io... ma di amore, si può proprio morire! Mi creda; non sono fantasie, poesie! È un fatto vero; lo vedo, in questi giorni, con i miei occhi: si muore, d'amore!
La voce della vecchia ha un tremito improvviso; la sua faccia rugosa diventa bianca, smorta, come di cera. La duchessa si alza; si alza subito anche la signora Gioconda avvoltolando il giubboncino di lana mezzo fatto e cacciandoselo sotto il braccio. Ella, ergendosi diritta, fissa la sua maestosa e minacciosa avversaria con fermezza e con sicurezza. Non sembra più nemmeno tanto piccolina!
— Lei, signora duchessa, ha parlato degnamente del decoro, del casato, dell'illustre e illibato nome dei Moncavallo. Io le rispondo, semplicemente, che tutte le donne della nostra famiglia, sono state donne oneste. Delle sue due figlie, entrate in casa nostra, io non conosco, da poter giudicare con convinzione, altro che Maria. Ebbene, io sono contenta, anzi sono fiera che sua figlia Maria porti il nostro nome. Dica questo soltanto per conto mio, e deve bastare e basterà, per tranquillare i timori, per dissipare gli scrupoli dell'altra sua figlia Remigia... e di tutte le loro amiche!
La vecchia scrollando il capo e ritornando, tic e tic e tic, a far la maglia, si avvia per uscire.
La duchessa è furente.
— Ma lei?... Ma come?... Non andrà via così senza dir altro?...
— Nient'altro. No! — Anche la vecchietta alza un po' la voce. — Che vuole?... Che le direi... se noi due non ci capiremo mai? Siamo fatte di una pasta troppo diversa! Non potremo mai... stare insieme!... Parole e parole, tante parole, e poi? — Sarebbe da mia parte fiato sprecato, e dalla sua, pazienza sprecata! Siamo agli antipodi... e ci dobbiamo restare. Lei, signora, ed è naturale, vede tutte le cose dall'alto... Io, venuta su da piccola gente, è altrettanto naturale che le veda, invece, terra terra... proprio come sono. Lei comprende, della vita, la nobiltà, la grandiosità e la sublimità... Io comprendo e intendo, perchè, così giù come sono, lo vedo e lo tocco con mano... il dolore. No! No! No! Lei è lei, io... sono io! Tutt'altra cosa! Persino la religione! Siamo tutte e due cristiane e cattoliche, eppure, vediamo un Dio assai differente: il suo fulmina; il mio perdona, e, di conseguenza, anche la nostra morale è diversa. Io vado a messa tutti i giorni, eppure non credo di far peccato, lasciando a quei due poveri esseri, che muoiono per aversi voluto bene, e che si sono incontrati in questa affezione colpevole perchè forse le altre lecite e alle quali avevano diritto, sono loro mancate, il conforto di vedersi in questi ultimi momenti. Intende, non è vero, lei, madre, le mie parole? — In questi ultimi momenti!
La duchessa, non commossa, perchè non si è mai lasciata commuovere da nessuna esagerazione, ma colpita, offesa dall'audacia di quella... signora D'Orea, vuol rispondere e terribilmente, ma non trova le parole. Fa per mettersi tra l'uscio e la vecchietta; questa torna a sorridere pacatamente:
— Vado di là. Mi lasci andare, signora duchessa, a far la sentinella a que' due poveretti. E, dove ci sono io, non abbiano paura di niente, nè per lo scandalo, nè per la morale, nè lei, nè l'altra sua figlia Remigia e nemmeno le loro amiche più care!