La vecchina, sempre crollando il capo, sempre tic e tic e tic sferruzzando con la sua maglia di lana, continua a lasciarla parlare, a lasciarla sfogare, senza mai proferire una parola. Finalmente, quando la duchessa tace, posa il lavoro e le mani sulle ginocchia, si rizza a sedere e la guarda fissa: il capo non trema più.
— Sa lei... che sua figlia Maria è ammalata, forse anche più di Giacomo?
La duchessa s'indispettisce: dà un'alzata di spalle.
— Ma che! Esagerazioni!... Nervi! Un po' di mancanza di sangue. Del resto, se sta poco bene, ragione di più. Aria buona, al fresco, e curarsi subito!
La zia Gioconda si alza.
— A tranquillare i timori e a dissipare gli scrupoli suoi, di sua figlia Remigia e delle loro amiche, devono bastare i miei capelli... che se non sono ancora del tutto bianchi è perchè, ormai, non lo diventeranno più! — La vecchia ride. Nè l'imponenza vicereale della sua arcigna interlocutrice, nè il rimpinzato predicozzo in pro della morale, le mettono soggezione. — Ottant'anni, signora, ottant'anni proprio sonati!... Non le pare? Nel nostro caso presente sono una bella garanzia!
— Ma... il mondo è così cattivo...
— Il mondo è cattivissimo! Più di quello che si crede perchè... perchè anche ognuno di noi, certe volte, è molto più cattivo di quello che crede o non crede di esserlo!
La duchessa si volta sorpresa sulla poltrona, con un piccolo balzo. — Sta a vedere che quella... contadina, reduce dai molini e dalla mortadella, vuol tirarle delle frecciate?
La signora Gioconda continua sempre sorridendo, sempre pacatamente: