— No. Mai.
La duchessa, vista la tranquillità della signora Gioconda, comincia lei a sconcertarsi.
— Ebbene, deve sapere che sono le due amiche migliori di Remigia... e mie.
Nemmeno una tale notizia produce impressione.
— Parlo anche a nome di queste due signore, di queste due nostre amiche intime e care, quando io, come madre, onde evitare scene... certo più gravi e spiacevoli, prego lei, la supplico... — La duchessa si ferma un momento, leva il fazzoletto dalla borsettina di velluto scintillante di lustrini, e se le preme leggermente per via della cipria, sulle labbra e sugli occhi: — Oh, lo strazio di una povera madre! Del cuore di una povera madre!... Mi comprenda, signora D'Orea, lei che ha tanto... senno! Lei che è giustamente così stimata ed apprezzata! Mi comprenda e non mi obblighi a dire di più. La prego, la supplico. Io non voglio, non posso dirle altro che questo: ritorni a Fiumicino subito con Maria.
Le mani della vecchia si fermano e anche il capo. Ella guarda la duchessa negli occhi.
— Lasciando qui Giacomo... solo?
— Come, solo? — ribatte la duchessa vivamente. — E sua moglie?... E tutti noi?
La vecchia tira dal gomitolo, a due lente riprese, un lungo tratto di lana, riabbassa il capo e ricomincia a lavorare di maglia: tic e tic e tic.
Allora la duchessa abbandona le perifrasi e le fa un lungo discorso. Le parla del mondo, dei grandi riguardi, dei grandi doveri, del nome sempre illibato dei Moncavallo, dell'invidia maligna dei piccoli verso i grandi, della calunnia della quale rimane sempre qualche cosa, delle nobili virtù dell'abnegazione, dell'eroismo dei grandi sacrifici, della moglie di Cesare, del candore dell'ermellino, dello specchio, che il più leggero fiato basta ad appannare, dell'ostinazione, dell'imprudenza, della... straordinaria leggerezza di Maria Grazia, della sua vita, tutta dedita al bene delle sue figliuole... e dell'aceto e del fiele di cui fu abbeverata.